Troilo lo ringraziò, dicendogli: non esser prudenza andar più d’uno a questo fatto, che tutto dipendeva dal non esser sentiti, e perciò ne lasciasse ad esso solo il carico, come a pratico della casa, e del resto non dubitassero.
Era un’ora dopo la mezzanotte, e fra tre ore avean risoluto por mano all’impresa, calcolando di poter esser sul far del giorno già assai ben lontani dal campo. Troilo, avendo a dar sesto a tutto quanto occorreva perchè la cosa andasse netta, persuase alla Lisa di gettarsi sul letto a riposare il poco tempo che le rimaneva. La giovane se ne sentiva grandissimo bisogno ed acconsentì. Quando si fu coricata, Troilo la coperse col suo mantello ed uscì promettendo sarebbe tornato più presto che potesse; aggiungendo non istesse in pena se avesse tardato, chè senza alcun fallo, per l’ora stabilita, sarebbe venuto a levarla.
È pur una gran fortuna che sia negato all’uomo conoscer il futuro! Que’ pochi momenti di felicità che si godono di quando in quando e ci ajutano a sopportare i dolori della vita, sarebber perduti, o almeno ridotti a un piccolissimo numero. La povera Lisa, che dopo tanto soffrire si riposava ora col suo bambino sul letto di suo marito, che avea temuto non riveder mai più, o rivedendolo, esserne ributtata; che godeva dell’impensata gioja di ritrovarlo, non solo amorevole e fedele, ma di vederlo deciso ad abbandonare quella parte per la quale sarebbe stato sempre nemico a suo padre ed alla città, se avesse potuto legger nell’avvenire, conoscere il cuore di quello che ora le era cagione di tanta dolcezza, si sarebbe scagliata fuor di quel letto come da un nido di vipere, e anche questo poco conforto, questa breve pausa, sarebbe stata negata a quella misera, cui rimaneva pur ancora tanto a soffrire.
Essa invece, ignara del futuro, si sentiva finalmente, dopo tante procelle, nascer in cuor una calma serena e confidente; le pareva agevole, ridotti che fossero a Firenze, riacquistar la grazia del padre pel mutamento di Troilo, del quale pensava fosse dovuto a lei tutto il merito, e sperava dover anzi trovar presso Niccolò maggior favore di prima. Il cuore le prometteva ogni bene, e la poverina, secondo il solito, gli dava retta. Abbandonandosi tutta a questi sogni di felicità, si veniva a poco a poco addormentando, mentre Fanfulla seduto all’altro capo della camera, volgendole le spalle, s’era posto a recitar salmi ed orazioni, memore degli ultimi ricordi di Fra Benedetto. Per vincere il sonno, che pure l’aggravava, si teneva sulla vita, senza appoggiarsi, colle mani intrecciate fra la ginocchia pronunciando sotto voce bensì, ma spiccato e presto presto; poi, a poco a poco, il moto della labbra diveniva meno rapido, le palpebre gli s’abbassavano, il capo e la persona s’andava sbilanciando in avanti, finalmente perdeva l’equilibrio del tutto, ma riavendosi tosto, riprendeva la prima posizione, col muover delle labbra, ed in questa alternativa veniva passando un tempo che Troilo impiegava ben altrimenti.
Sceso dalla sua camera andò in quella del conte di S. Secondo, posta al terreno, e, come a persona intrinseca ed alla quale non eran celate le deliberazioni anche importanti del papa e del commissario, gli fa palese tutto quel che si stava preparando, onde meglio colorire la sua andata a Firenze, richiedendolo al tempo stesso volesse agevolargli questo suo disegno. Il Conte udì il tutto, nè gli parve trovar nulla da mutare a questa trama, fuorchè una sola cosa che non gli finiva di piacere, ed era il dar ad intendere alla Lisa e al suo compagno di aver ad ammazzar due uomini, e che ciò non fosse vero, almeno per uno, e per ragione adduceva, che potea benissimo per mezzo di qualche prigione, o in altro qualsivoglia modo, venirsi a saper a Firenze questo fatto, e che nessuno v’era rimasto ucciso, e ciò verrebbe talvolta a generar sospetti sulla sincerità di Troilo, e sulla cagione che gli avea fatto abbandonare il campo.
Questi conosceva che l’obbiezione non era senza fondamento, ma rimaneva sospeso, senza poter immaginare come fosse possibile riparare a quest’inconveniente. Il conte lo tolse d’impaccio dicendogli: «che tra suoi uomini ve n’era uno grandissimo amico d’Anguillotti da Pisa[39], che l’avea confortato fuggirsi, ed egli sapendo certissimo che gli aveva promesso di far le sue vendette, s’era risoluto comandare al suo sergente, che alla prima fazione gli facesse dare un’archibusata per levarselo d’innanzi, ed aggiungeva: senza tenerlo più a disagio, te lo farò metter di guardia al portone, e così avanzerà tempo di quello che già in cuore gli avevo promesso. Un po’ prima un po’ dopo sarà tutt’una per lui.»
—Quando sia così, e che a voi non importi, anzi abbiate motivo di mandar costui alla morte, conosco anch’io, che la cosa si farà con maggior apparenza di verità.—
Quanto al carceriere, che il conte Pier Maria non volea s’uccidesse, essendo uomo da fidarsene, lo fe’ chiamare, e in presenza di Troilo l’avvertì, che nella notte questi sarebbe entrato in camera sua per la chiave; se fosse venuto solo gliela desse, ed allora non era difficoltà, se (per preveder tutti i possibili) avesse avuto un compagno, Troilo fingerebbe di piantargli un pugnale nel petto, ed egli mostrasse di dar i tratti senza gridare, come accade a chi è ferito in parte molto vitale.