Rimasti così d’accordo, Troilo, nel prender commiato, domandò al conte:

—Posso servirvi di nulla in Firenze? Ora ch’io divengo setajuolo, se vi bisogna velluti, broccati, sciamiti, voi non mi farete torto eh? E vi potrò dir presto quanto stanno il braccio.—

—Addio, addio pazzo. Ma se in un pajo di braccia di quale stoffa tu vorrai, mi mandassi il capo d’Anguillotto, chi me lo portasse avrebbe una mancia che lo ristorerebbe del disagio: digli però, che se il pane non gli è venuto a noja, faccia di non venirmi nelle mani.—

Troilo uscì, e andò alla stalla ov’era il suo cavallo, gli pose sella e briglia, e gl’involse l’ugne in certi stracci, onde il cavarlo fuori non fosse sentito sul lastrico; ed avendo così preparato tutto, risalì in camera, e trovò Lisa e Fanfulla addormentati: si pose pianamente a sedere, e rimasto così una mezz’ora, quando gli parve il momento risvegliò l’una e l’altro, e disse: «ora è tempo, prepariamoci.»

La Lisa fu tosto in piedi, e preso il fanciullino gli pose, così addormentato com’era, il seno in bocca, onde svegliandosi non gridasse. Troilo s’armò, ajutato da Fanfulla, poi prese una lanterna, che copriva col pastrano, s’avviarono tutti e tre giù per la scala, in punta di piedi, e, giunti al basso sotto il portico del cortile, disse Troilo: «Aspettatemi qui, io vo per la chiave.» Voleva Fanfulla ad ogni patto venire ad ajutarlo, dicendogli sotto voce: «gli metterò due dita al collarino, che vi so dire l’azzitteranno subito» onde il giovane conobbe sempre più quant’importasse l’andar solo, e con gran difficoltà riuscì pure a liberarsi dal suo troppo zelante compagno, dicendogli; «no, no, rimanete, piuttosto, se volete ajutarmi, quando mi vedrete tornare, intanto ch’io cavo di prigione il giovinetto, voi gettatevi sull’uomo di guardia, e fate che il primo colpo sia l’ultimo.» Si mosse senza aspettar risposta, e dopo tre minuti, ricomparve, alzando il braccio per mostrar la chiave. Fanfulla s’era intanto accostato muro muro sin presso il portone, come un tigre che sta per iscagliarsi sulla preda, e teneva nuda in mano una mezza spada larga, pesante e che radeva: veniva a trovarsi tre passi lontano dal soldato di guardia, il quale appoggiate le due braccia sulla bocca dell’archibugio, di tanto in tanto abbassava il capo sonnecchiando, e scopriva così un palmo di collottola. Vide venir Troilo, dette uno slancio menando un rovescio, e la testa del soldato cadde da un lato, il corpo dall’altro. Fanfulla forbita la spada sull’erba, la ripose nel fodero, e levando in ispalla l’archibugio del morto, se n’andò colla Lisa innanzi sotto i cipressi, in luogo coperto ed oscuro, ad aspettare. Troilo era sceso intanto nel carcere, e trovato Bindo addormentato, lo svegliò, e gli disse di seguirlo: il fanciullo, che avea creduto si venisse per ammazzarlo, si mosse contento, e fu presto al fianco della sorella, che con grandissima maraviglia riconobbe ed abbracciava, e che avvertendolo prima ben bene a non alzar la voce, gli diede a conoscere, con brevi ma caldissime parole, l’accaduto, ed il proposito fermato da Troilo, facendone ambedue, per quanto il luogo lo concedeva, maravigliosa festa. Comparve allora Troilo col cavallo a mano, e taciti, alla sfilata, presero tutti insieme la strada che conduce a Baroncelli, di dove avean intenzione, passando dietro Bellosguardo, di venire a riuscire sulla strada di Pisa, e varcato Arno sul Ponte a Signa, condursi per porta al Prato a Firenze.

Camminando con gran riguardo, e colla precauzione d’evitare i luoghi ove alloggiavano bande di soldati, giunsero, senza cattivi incontri, dopo due ore di viaggio, sulla strada di Pisa.

Pel resto del cammino non v’era altro pericolo fuorchè d’incontrare qualche mano di scorridori; ma se erano imperiali Troilo aveva il nome di quella notte, se fiorentini, Fanfulla si dava a conoscere, ed in ogni modo eran certi di non capitar male, perciò lieti e contenti di un così buon successo si fermarono un momento per lasciar riposar la Lisa, poi messala a cavallo, tirarono innanzi verso Signa: passato quivi il ponte, per S. Donato si condussero finalmente, a levata di sole, sani a salvi a Firenze. Bindo, per la via era venuto camminando alla staffa della Lisa, udendola raccontare i suoi casi, e tutto il successo di quella sera, e non è da dire se essa magnificasse il valore e la bontà del suo sposo; il quale, per salvar la vita d’un suo fratello, avea, a suo credere, rinunziato alle splendide speranze che avean accennate le recenti parole di Baccio, e che da quel tristo erano state dette col solo fine di far apparire maggiore il sacrificio di Troilo, e metterlo così in maggior vista di Niccolò, della sua famiglia e della parte Piagnona. Il giovinetto, pien di gratitudine pel suo liberatore, non si potea saziar di lodarlo, e diceva: che senza dubbio Niccolò, e per un tanto servigio, e per essersi tolto dal combatter la patria, venendo invece ad ajutarla, l’avrebbe accettato in grazia, e si sarebbe così posto fine una volta a tanti dispiaceri: Troilo, che indovinava quali dovessero esser i discorsi della Lisa, e li stimava utilissimi ai suoi bisogni, per darle maggior campo, si teneva addietro con Fanfulla, al quale con lunghi ragionamenti mostrava d’aver seguito sin allora a malincuore la parte Pallesca, tiratovi da una certa fatalità, e dall’esempio de’ suoi maggiori, ma che d’or innanzi voleva esser buon fiorentino, e tra ch’egli era bel parlatore, tra che l’altro era uomo alla buona e lontano dai sospetti, gli riuscì facilmente tirarlo interamente dalla sua, tantochè, prima ancora d’aver messo piede in città, potea già vantarsi d’avervi tre persone che renderebbero testimonianza al suo valore, al suo eroismo, ed alla sincerità della sua conversione politica.

Entrati per porta al Prato, quando furono al fine di borgo Ognissanti, la compagnia si divise. Bindo prese per Parione, e gli altri per lung’Arno. Ma prima di lasciarli, il giovanetto, dopo aver ringraziato Troilo, e dettogli che da lui riconosceva la vita, gli promise che avrebbe con ogni studio e ad ogni suo potere procurato che venisse accolto in casa con quell’onore e quell’affetto che meritavano i suoi virtuosi portamenti.

Troilo, giunto alla porta della città, s’era chiuso nell’elmo, per non esser riconosciuto prima di aver ricomprato il bando di ribelle, pel quale, non avendo egli salvocondotto alcuno, era lecito ad ogni uomo il manometterlo. Ora, accompagnata Lisa in casa la Niccolosa, ove dimorasse frattanto che le faccende s’assestavano, non parendogli d’andare addirittura al magistrato sui ribelli e confinati, prese partito di ripararsi con Fanfulla in S. Marco, ove poteva rimaner sicurissimo, mentre si sarebbe operato ch’egli venisse liberato dal bando.

Giunti ambedue alla porteria, disse Fanfulla mentre picchiava: