I candellieri degli altari servivano ad illuminare quest’orgia, e perchè forse parean pochi, eran incastrati qua e là ne’ fessi delle tavole pezzi di torcie e candele, quali lunghe, quali corte, alcune rotte e rovesciate in modo che la punta accesa cadendo sulla tavola a poco a poco l’accendeva senza che alcuno se ne curasse. All’uno de’ capi era posto un orcio pieno d’olio a guisa di lucerna, ed una tovaglia d’altare attorcigliata, ardeva per lucignolo, all’altro era un mezzo barile sfondato, ed in esso un mazzo di forse cinquanta candele, le cui fiamme attraendosi a vicenda s’univano e formavano una fiamma sola e grandissima.
Dall’una e dall’altra parte del desco, seduti sulle panche della chiesa, chi mangiava senza guardare attorno, chi dormiva appoggiate le braccia alla tavola, ed il capo sovr’esse. A quattro, a sei giocavano a dadi o al lanzichinetto, o a germini; e ad ogni poco senza dir che ci è dato, era un gridare, un dirsi ogni villania, un rizzarsi, un prendersi pe’ capelli, un guizzar di pugnali; poi chi era caduto sotto la tavola o ferito o morto vi rimaneva con altri che già v’eran da prima sepolti o nel vino o nel sonno: i compagni seguitavano a giocare. Un pezzo d’omaccio grande e grosso s’era sdraiato boccone per dormire, sulla tavola stessa, quant’era lungo, tutto imbrodolato dal vino uscito da’ vasi che avea rovesciati, cogli stivali pieni di fango sui piatti d’argento, e russava senza darsi per inteso del diavoleto che si faceva intorno a lui.
Le più sozze cortigiane s’aggiravano in quel disordine, come i vermi sguazzano nell’acqua corrotta. Correvano qua e là cogli occhi ardenti, le guancie infocate, quali tutte scinte, quali seminude; accolte ora con turpi carezze, ora con villane parole, con percosse, o con urtoni, senza che paresser curar più le une che gli altri.
Un soldato salito a cavalcioni su una botte vuota sonava un piffero, e cacciava fischi che s’udivano a malgrado delle voci, delle grida, de’ canti e dello schiamazzar generale: un altro con una briglia da muli piena di sonagli, batteva a gran sferzate sulla botte per far la battuta; un terzo picchiava con un turibolo sovr’un paiuolo rovesciato, e questa musica diabolica serviva a far ballare chi poteva ancora reggersi in piedi.
Fanfulla si fermò un momento sulla soglia ammorbato dal tanfo del vino, di sudiciume, di rifritto che esalava di là entro; poi venne avanti e scaricò sulla tavola la ferraglia che avea in collo senza guardare nè a stoviglie nè a bicchieri, e ne fracassò tanti quanti ne colse.
Lo strepito che fecero l’arme cadendo, e rompendo piatti e boccali fe’ volgere uno de’ seduti a tavola che lo guardò, e ravvisatolo gridava:
—Oh Fanfulla!—
E poi un altro, e un altro, e un altro, poi tutti si dettero ad urlare battendo le mani, o percuotendo co’ pugni sulla tavola.
—Fanfulla! e tornato Fanfulla, è risuscitato il guercio (che così avea nome dacchè gli mancava un occhio).—Evviva il guercio cane!—Ti credevamo all’inferno da tre giorni!—Dove sei stato sin ora brutto anticristo?—Vien qua, bevi,... che non ti possa uscire di corpo!—Ohe! ohe! Qua vino, carne, capponi, saette per Fanfulla, che è tornato!—Sia ammazzato chi ne dice bene! Evviva Fanfulla!—Evviva il guercio!...—
E quest’ultimo evviva fu uno scoppio tale di tutte le voci unite che riuscì sino a coprire il fischio del piffero, fece soprastare quello che battea colla briglia, e l’altro dal turibolo, fermar chi ballava, e svegliarsi colui disteso sulla tavola, il quale alzò un visaccio strano, contraffatto dal sonno, si guardò attorno con male umore, disse «che siate morti a ghiado» e ricacciato il capo tra le braccia ricominciò presto a russare.