Quegli che riceveva dalla brigata segni così lusinghieri di benevolenza (il lettore non guardi troppo a minuto al modo d’esprimersi, chè tutto sta intendersi, come abbiamo detto nel capitolo antecedente), il nostro Fanfulla stava ritto, colle braccia intrecciate sul petto, sogghignando per la compiacenza di vedersi tanto innanzi nella stima e nell’affetto di quest’uomini dabbene.

Venne una cuoca tutta sudicia, stracciata, e coll’untume fin sulla punta de’ capelli, recando le vivande che erano state domandate; ma Fanfulla con un pugno a sottomano, mandò per aria i piatti e ciò che v’era.

—Che mangiare? M’avete preso per morto di fame?....—

La fante si ritrasse sbigottita, ed egli togliendosi la berretta del canonico la piantò in capo a quello che si trovò più vicino dicendogli:

—Da bere!—

—Prima hai da dire dove sei stato questi tre giorni.

—Sono stato coi trentamila paia di diavoli che vi portino quanti siete... Da bere!—

Per non attediar troppo il lettore con queste ciance, diremo che dopo aver bevuto (e Dio sa se piovve sul bagnato) raccontò alla meglio che potette colla lingua grossa, e la pronuncia mal sicura, i suoi casi col canonico. Alla fine però d’ogni periodo della sua storia, ove lo scrittore metterebbe un punto fermo, il narratore metteva un bicchier di vino, ed i periodi, contro l’usanza dei cinquecentisti, furon brevi e furon molti.

Poco stante comparì in chiesa strascinato da una ventina di que’ malandrini, un povero sventurato vecchio, che aveano, si può dir, dissotterrato, traendolo dal fondo d’una cantina ove s’era appiattato. Mostrava l’età di settant’anni all’incirca, tremante, curvo, in sola camicia, che gli giungeva al ginocchio, e lasciava vedere le coscie scarne, le ossa protuberanti alle giunture, le gambe consunte, enfiate sui malleoli per la vecchiaja. Aveva ancora una calza vermiglia lacera e cadente, solo avanzo della porpora. Quest’uomo così indegnamente trattato era un cardinale; caritatevole, senza superbia, di costume angelico, in fine un sant’uomo.