Il tempo stringeva. Lamberto chiamò il suo famiglio:

—Maurizio, va a sellare i cavalli... torrai la lancia nuova di cerro... e nell’uscire, insegna a questo valentuomo il luogo ov’è il mio arnese, egli, in sua cortesia, e per avanzar tempo, m’ajuterà armarmi.... non è egli vero? (soggiungea vôlto a Selvaggia). In grazia.... non per comando, va con costui, ed arrecami l’arme.... ben vedi i momenti che m’avanzano, son pochi.... non vorrei buttarli... se hai mai provato (soggiungea sorridendo) che cosa sia voler bene.... tu saprai quel che vuol dire.—

Selvaggia, col cuore ridotto, come si può immaginare, ma contenta pure d’ubbidire, si mosse dietro Maurizio col passo più fermo che potè; e ritornò poco dopo, coll’arnese di Lamberto tutto in un fascio; lo depose in terra, si preparò a vestirnelo, e per potersi maneggiar meglio nell’affibbiargli le corregge, si tolse ambo i guanti di ferro.

Mentr’essa sollecitava da un lato, Laudomia anch’essa dall’altro ajutava la bisogna, e nessuno diceva parola. Vieri, ponendo mente alle mani dello sconosciuto soldato, veniva intanto pensando come mai un uomo d’arme può egli mantenersi le mani così belle e dilicate! Ma nè Laudomia nè Lamberto non avean il capo allora a simili osservazioni.

In quel momento di tristezza e di silenzio generale, si sentì per istrada nascer lontano lo strepito d’un cavallo che batteva il lastrico di gran trotto. Laudomia si fermò ascoltando «Oh, fosse mai un messo del capitano che mutasse l’ordine!.... Tuttociò nascesse da qualche errore?.... fosse stato uno scherzo per farmi paura?»—Ed il cavallo veniva innanzi: giunto al portone si fermò a un tratto. «Vien proprio qui» disse Laudomia cresciuta di speranza.

Non pensava, poveretta, che la stalla ove Lamberto tenea il suo cavallo era un po’ lontana, e che era Maurizio, il quale dopo averlo sellato; per far più presto, l’avea condotto di trotto. Entrato in quella il famiglio, disse che i cavalli eran all’ordine, e addio l’ultima speranza di Laudomia.

Lamberto, armato da capo a piedi, e tutto scintillante d’acciajo e d’oro, colla visiera alta, ed il viso pallido ma sicuro, abbracciò Niccolò, e tutti gli altri senza parlare: voleva abbracciare anche Fanfulla, ma appena giunta Selvaggia e saputo l’ordine che arrecava, egli era scomparso senza dir addio a nessuno; Lamberto girò intorno lo sguardo, e non vedendolo, disse: «Mi saluterete anche Fanfulla.» Non avea finito di dirlo, ch’egli entrò col fiato grosso come di chi è venuto correndo.

Egli avea indosso il corsaletto, i cosciali ed il bacinetto de’ fanti, ed un partigianone in mano.

—Malann’aggia chi ha piantato il Renajo dei Serristori tanto lontano! disse soffiando per riprender l’anelito, e a voler correr il palio col corsaletto le gambe di Fanfulla sono un pò stagionate.... non importa, anche questa l’hanno fatta.... insomma, messer Lamberto, non c’è rimedio, bisogna andare.... ero corso così per vedere se volevano mandar me invece, che io non lascio nessuno addietro a piangere... ed a questo mio cuojo, una sforacchiata più o meno, è poco male! ma non c’è verso.... e io allora subito addosso la corazza.... questo finocchio in mano.... e son qua.... e vengo con voi in villa. Se non vi curate d’esser in compagnia d’un povero fante.... che.... dopo un certo caso.... fo il mestiere a piedi.... ma prima di morire.... basta!... E, sentite, M. Laudomia, messer Lamberto non ha mestieri l’ajutino cacciarsi le mosche dal naso, ma non importa.... voglio esser io a rimenarvelo qui vivo e sano.... e sappiate che io so quel che vi dico, e voi lo rivedrete a ogni modo.—