Una simil vita di smania continua gli aveva alla fine tolto il sonno del tutto, e gli parea d’impazzare. Il giorno si mostrava insofferente cogli eguali, cupo co’ superiori, ed ogni volta che uno sparo d’artiglieria gli veniva all’orecchio diceva tra denti «Così non ho io a stare!»

Quand’era entrato in religione si trovava la salute e la complessione indebolite e stanche dai tanti strapazzi, e forse senza fargli torto, questa depressione delle forze fisiche aveva in parte determinata la sua vocazione, ma la vita riposata e metodica l’avea ristorato, e sentendosi ora di nuovo forte e sano come una volta, badava a dire: «Così non ho io a stare!»

Queste benedette parole gli erano di nuovo uscite di bocca, quando udì i passi d’un uomo che s’accostava all’uscio. Giuntovi, battè due colpi colle nocche delle dita dicendo «Deo gratias

—Sempre Deo gratias, avanti—rispose frate Giorgio, ma il mal’umore col quale pronunziò queste parole, era poco d’accordo col loro senso. Aprì ed entrò un laico, che gli disse:

—Fra Benedetto vi vuole.—

Fra Giorgio immaginò tosto di che cosa si trattasse, e disse «questa tocca a me» tuttavia s’avviò francamente, e per istrada risolse, poichè gli s’offeriva l’occasione, di voler a ogni modo uscire di quel travaglio.

Trovò il suo superiore allo scrittojo: aveva gli occhiali sul naso, e stava leggendo un S. Agostino in foglio. Fra Benedetto alzò il naso all’aria per porre sull’istessa linea le sue pupille, le lenti degli occhiali ed il viso del laico; lo guardò un momento, come se la sua fisonomia dovesse servirgli a regolar la dose nella predica che stava per fargli.

La faccia di Fra Giorgio era compunta e modesta, ma sul suo viso la modestia e la compunzione in quel momento mettevan paura.

Pure il buon vecchio facendosi animo, e vincendo la ripugnanza che provava ad entrar in materia così strettamente con un tal uomo, si tolse gli occhiali, li depose sul libro, e disse: