Molti de’ soldati ch’erano stati più stretti amici di Baccio s’accostarono allora alla bara e l’uno dopo l’altro lo segnarono colle candele benedette. Il moto de’ baffi dava a vedere che recitavan sotto voce preghiere in suffragio dell’anima sua. Fra Benedetto che era venuto con alcuni de’ suoi frati per porgere a Niccolò qualche parola di conforto, e fargli onore all’uscir di chiesa prima che se n’andasse, gli facea motto sommessamente.
—Fra Benedetto, disse il vecchio, mentre si movea per partire, vi raccomando nelle vostre orazioni vi ricordiate di Lamberto; onde Iddio ce lo renda sano e salvo. E’ m’ha scritto, che a giorni sarà in Firenze.... ma i cavalli del marchese del Vasso si son veduti sulla via di Bologna..... Dio non voglia che.... Lisa, sta di buon animo (seguitava volto alla figlia che udendo quelle parole s’era scossa) Lamberto non è pazzo e sa quel che convien fare, e non passeranno molti giorni che coll’ajuto di Dio sarà in parte dove le capre non lo cozzeranno.
Lisa stringendosi alla sorella nascose il viso in modo che non fu possibile conoscere con qual animo accogliesse il discorso del padre. Quelli tra gli astanti che sapevano essere stabilito il parentado fra Lamberto e la Lisa, giudicarono quel nascondersi venisse dalla peritanza che soglion mostrar le fanciulle in tali occorrenze.
Niccolò intanto, attorniato dalla sua famiglia e seguito da quanti erano in chiesa uscì, e non rimase in S. Marco altri che il sagrestano, il quale dopo aver tirato un lembo di lenzuolo sul viso al defunto e spenti i lumi, se n’uscì anch’esso per la porta della sagrestia.
Fra Giorgio, finita la messa, se n’era venuto alla sua cella, e vi s’era chiuso. La risata sfuggitagli in chiesa lo martellava; conosceva d’aver mal fatto, e provava quella amarezza, quella stizza contro se medesimo, che nasce nel cuor degli uomini, quando debbono contrastare di continuo ad abiti inveterati.
Non s’era punto freddata in lui la volontà di cancellare coll’austerità della vita claustrale gli errori della passata, ed in questi primi due anni le cose gli erano andate assai quietamente. Se talvolta la fantasia gli correva a rammentar fatti d’arme, pensava, ammonito così da’ suoi superiori, esser questa tentazione del demonio, e tanto faceva che riusciva a cacciarla. Gli era pur riuscito di sottometter quasi pel tutto la sua natura bizzarra, intollerante di freno, facile ad accendersi, ed a passar tosto dalle parole ai fatti. Gli altri frati, considerando chi egli era stato, gli sapean grado della fatica che durava per istare in cervello, e quantunque forse in cuore poco l’amassero, perchè Fra Giorgio avea quel certo fare che agli uomini quieti suol dar fastidio (quantunque tra loro usassero chiamarlo per soprannome Fra Bombarda) tuttavia parlando di lui conchiudevano dicendo «Talvolta e’ crede di star ancora colla lancia alla coscia, e non vuol esser stuzzicato, ma poi a ogni modo e’ non è cattivo il poveraccio.»
Ma allor quando fu avviato l’assedio, che per Firenze non si vedevano se non cavalli, e fanti, ed uomini d’arme, e s’udiva giorno e notte uno scarichìo incessante d’archibusi e d’artiglierie, e batter tamburi, a sonar pifferi, e trombe; nè v’eran altri discorsi che sui modi d’offendere e difendersi, e sui casi di guerra che venivano accadendo alla giornata, allora l’abito di S. Domenico, principiò a parere a Fra Giorgio più grave di quattro armature.
La notte nella quiete del dormitorio mentre intorno a lui il silenzio non era interrotto che dal russare lento e profondo de’ frati che dormivan nelle celle vicine, il povero laico sonnecchiava appena un poco, riscosso a ogni tratto da cento immagini di battaglia che tosto gli si presentavano in sogno purchè velasse l’occhio un momento. Costretto a vegliare si volgeva all’orazioni; ove non bastassero a metterlo in pensieri santi, arraffava con istizza una disciplina, che stava sempre appiccata al muro sopra il capezzale, cominciava a sonar a distesa sulle spalle, col capo basso, gli occhi chiusi ed arruotando i denti, ed in questo duello contro sè medesimo, si portava senza misericordia come s’era portato in molti con altri.
Molte volte la tentazione nasceva da cause reali e presenti. Udiva sorger lontano lo scalpitar d’una truppa di cavalli, tendeva l’orecchio, rattenendo l’anelito; lo strepito cresceva, cresceva. Sboccavano sulla piazza S. Marco, quand’erano a passar sotto la sua finestra il rimbombo facea vibrar le invetriate, s’allontanavano, lo strepito diminuiva, al voltar d’un canto appena più si poteva udire, poi cessava del tutto. Allora soltanto rimetteva l’anelito; e per lunga pratica avea potuto discernere in mezzo a quel frastuono confuso tutti i diversi strepiti e le cause che li producevano. Aveva potuto dirsi: questo è stato uno scudo percosso, questo un puntale di spada che ha urtato in uno stiniere, questo un cavallo punto dallo sprone al quale è sdrucciolato un piede sul lastrico, questo un tronco di lancia che ha dato in un elmetto ec., ec.