Porta s. Giorgio era tenuta da una grossa guardia, di cui Malatesta si potea fidare, e che non impediva ai cittadini di comunicare col campo, come dicemmo, meno però le ore della notte. Fanfulla venne riconosciuto e salutato da parecchi di quei soldati, e mentre varcava la soglia sotto il voltone massiccio, che ancora in oggi si vede, chi gliene diceva una, e chi un’altra.
—Oh, ecco Fanfulla!—Ben levato Fra Bombarda!—Dove si va così per tempo! ec. ec.—
E egli, senza fermarsi, e salutando colla mano:
—Andiamo a vedere certi amici del campo, ora ch’è aperta la gabbia.... Addio, addio, ci rivedremo, cristiani, se piace a Dio e alla Madonna!...—
E via senz’aspettar risposta.
Se il nostro lettore fu mai a Firenze, se gli accadde andarsene a spasso fuor di questa porta, d’onde ora uscivano Bindo e Fanfulla, si ricorderà, che dal piede delle mura di Firenze, guardando verso mezzodì, si vedono sorgere a gradi quelle bellissime colline ondulate così gentilmente sulle cime, sparse di foltissimi uliveti, di filari di vigna frapposti, parte verdeggianti, parte d’un color grigio-perla, simile a quello del salcio; ricorderà quelle casucce, quelle villette, che bianche e pulite fan capolino tra gli ulivi, e mettono cotanta invidia a chi le vede, tanto più se a caso stia in qualche tristo pensiero, e ruminando i suoi guai, quasi non dovessero essi penetrare tra quelle mura, sotto quelle ombre tranquille!.... e pur chi sa quanti ve ne sono anche costì!.... ricorderà insomma l’aspetto placido e ridente di codesta contrada, variata com’è varia la natura, ma insieme accurata come un giardino... Or bene, all’epoca della nostra storia, dopo undici mesi che era in mano de’ nemici, tutta quella bellezza era cambiata in una landa desolata, nuda e fangosa; non più traccia di siepi o di divisione alcuna tra poderi, le viti sbarbate, rotte, peste e sotterrate; gli ulivi tagliati al pedale per farne legna, o, se pur qualcuno ne rimaneva qua e là ad attestare l’antica ricchezza, eran tronchi, o quasi fusti informi, senza rami, pieni d’intaccature, e traforati dalle palle dell’artigliera. Smosso e solcato da queste in varii luoghi vedevasi il terreno, non men che dall’acque de’ temporali. Tale era l’aspetto del suolo tra le mura e le trincee, che simili ad una zona cingevano il poggio a mezza costa sotto Giramonte, e consistevano in un fosso, dietro il quale s’alzava un terrapieno armato di stecconi e forato da cannoniere.
Mentre Bindo e Fanfulla si dirizzavano verso un seno del poggio ov’era una dell’entrate dal campo, già si poterono accorgere che v’accadeva o vi si preparava qualche cosa di straordinario del sordo mormorìo che n’usciva, dal chiamarsi, dal correr de’ soldati per le vie che rimanevan tra le file dei padiglioni, delle trabacche, e lungo le trincere, chè giacendo l’alloggiamento sul pendìo del poggio, si poteva coll’occhio abbracciar tutto quanto, e vi si Vedeva quell’intimo ed incomposto rimescolamento che appare in un formicajo, ove in qualche modo si metta il disordine.
Entrati alla fine nel campo, e seguitando a salire per giungere sull’eminenza ove siede Giramonte, passavan tra le tende e le baracche costrutte in cento modi, d’assi, di graticci, di stoppie o di mota, come meglio era venuto fatto a chi v’avea avuto a passar tanti mesi, e s’era ingegnato procurarsi alla meglio qualche comodità: alcune, le più fiacche, mezzo rovesciate dal turbine della notte, giacean tutte arruffate, tutte ispide e piene di pali contorti o schiantati, di stecchi, di cannucce fradicie e ancora stillanti d’acqua piovana; sovra molte eran distesi panni onde asciugarli ai raggi del sole, o v’erano appiccati arnesi da guerra, che i ragazzi ed i famigli venivan racconciando e forbendo frettolosi, punzecchiati da’ loro padroni, chè aveano furia di vestirsene. Tra questi famigli, molti, colle lunghe capigliature, colla forma del petto e de’ fianchi tradivan l’abito virile che avean indosso. Eran donne e donzelle (in quel tempo ne’ campi ne accadeva di tutte le razze) o rapite nel sacco di qualche terra e da un padrone rozzo e bestiale ridotte ai più bassi uffici, o che, sedotte ed innamorate, eran fuggite di casa con qualche soldato, il quale, sazio oramai di loro, le soffriva, a patto soltanto di tenerle in conto di garzoni, ed esserne servito[67].
Tratto tratto trovavan tettoje o frascati sotto i quali i vivandieri e canovaj facean la cucina e vendevan vino: un qualche fanciullaccio sudicio e bisunto, attendeva a volgere lunghi spiedi innanzi al fuoco sul quale insieme bollivano grandissimi pajuoli. A certe tavolacce lunghe e mal composte, od usando botti rizzate a guisa di mense, eran soldati sollecitando finire gli ultimi bocconi, per unirsi a quelli che alla rinfusa concorrevano a Giramonte; s’udiva gridare, ridere, sganasciare. S’udiva il parlar alto e concitato di cento voci, ora grosse e sonore, ora rauche, ora stridule; ed ognuno voleva dir la sua sul fatto degli spagnoli: ma chi potea ritrarre il senso d’una sola parola in quel confuso fracasso, accresciuto, ora dall’abbajar d’un cane, ora da un tamburino, che per prova, veniva battendo la cassa, ora da qualche majale, che legato per una zampa di dietro ad uno stilo si veniva ravvolgendo a saltellone stiracchiando la fune, ed empiendo il cielo d’acuti e maladetti grugniti?