—Siate contento tagliarmi questi pochi capelli sulla collottola..... ecco l’ultimo disagio ch’io vi do.—

Fu mandato per un pajo di forbici, e la bianca capigliatura di Niccolò venne recisa, e raccolta dal frate, che gliela porse ad un suo cenno. Questi, osservando di non esser veduto, la pose sotto la cappa di Bindo, nella sua mano propria, che gli strinse: ed il povero vecchio sentì, per dir così, raccolto in quella stretta tutto l’immenso amore che avea portato e portava a quel suo ultimo e giovinetto figliuolo.

Passò un’altr’ora..... sonaron le sei..... entrarono dieci tavolaccini con torchi accesi. Fra Benedetto, i figliuoli, tutti intesero, e si scossero. Il solo Niccolò rimase, come prima, tranquillo e sereno. S’alzò ajutato, e volto ai fratelli che lo circondavano ed avean tolto di terra e levato in alto il loro crocifisso per metterglisi innanzi, disse, tutto ridente, due volte:

—Addio! Addio!—

S’avviarono. Bindo da un lato lo reggeva, alle spalle Lamberto, dall’altro Fra Benedetto, e tenendogli innanzi la tavoletta con suvvi il crocifisso, gli suggeriva preghiere ed affetti, ora in latino, ora in volgare.

Il passo di Niccolò era franco, sicuro, nè troppo lento, nè troppo veloce.

Giunsero sulla porta all’alto dello scalone, d’onde si scopriva il cortile illuminato da molte fiaccole, e pieno intorno intorno di tavolaccini e soldati colle loro alabarde, tutti taciti e cogli occhi volti in su verso il condannato.

Questi scese sempre nel modo descritto, e venuto nel mezzo del cortile, ov’era il ceppo, ed il carnefice con una lucente mannaja presa a due mani, si fermò, e gli disse:

—Come abbia la testa sul ceppo dammi un momento, chè raccomandi l’anima a Dio.—