Poi volto in giro uno sguardo su tutti, disse con voce chiara:

—Io perdono a’ miei nemici, e prego Iddio accetti questa mia morte per la salute della patria nostra.—

S’inginocchiò, e pose il collo sul ceppo.

Bindo e Lamberto chiusero gli occhi, e per un momento fu altissimo silenzio.... poi un colpo sordo e risoluto. Gli aprirono. Il tronco era a terra da un lato. Il santo capo riverso dall’altro, candidissimo ed ancor sorridente.

Ebber tanta forza ancora di muoversi, tolsero il corpo e lo stesero nella barca, vi posero il capo, e rimase (tanto fu netto il taglio) come se un nastro vermiglio gli avesse circondato il collo.... ........................

Addì 16 agosto, la mattina innanzi giorno, la campana di S. Marco sonava a morto, Nell’interno della chiesa era collocata nel mezzo una bara con quattro candelieri di ferro agli angoli, all’altare diceva messa Fra Benedetto, parato di nero, nella forma medesima descritta al primo capitolo di quest’istoria. Nel cataletto era il cadavere di Niccolò vestito dell’abito di S. Domenico. Parea che dormisse; avea il viso candido e sereno.

Lamberto, Bindo, Fanfulla, Maurizio, il Bozza ed una turba d’artefici e di popolo minuto pregavano inginocchiati all’intorno, in silenzio ed immobili, se non che talvolta col dosso delle mani s’asciugavano gli occhi.

Finì la messa, finirono le esequie. Vennero alcuni uomini del convento, e con pali di ferro levaron la lapide che copriva un avello posto innanzi all’altare della Madonna. Lamberto, Bindo e gli altri presero il corpo nel lenzuolo sul quale era steso, e cautamente, senza scomporlo, lo calarono nella tomba. La lapide fu rimessa al suo luogo. Que’ poveri artefici pregarono e piansero un poco sovr’essa, poi, alla sfilata, se n’andarono, ed in chiesa non rimasero che Bindo, Lamberto, Fanfulla e Maurizio.

I due fratelli inginocchiati sulla pietra che copriva Niccolò si presero per la mano, e Lamberto disse con voce alta e sicura: