—Noi giuriamo a Dio ed a te, padre nostro, di adoperarci sempre, infin che ci duri la vita, per ritornar Firenze nella sua libertà, e non depor mai l’arme, e combattere i suoi nemici insino alla morte.—
Poi rizzatisi usciron di chiesa.
CONCLUSIONE
I capitoli della resa di Firenze patteggiavano salve le vite, gli averi e la libertà di tutti i cittadini indistintamente. Questi capitoli erano stati solennemente giurati dal commissario Valori e da D. Ferrante Gonzaga. Entrati costoro in città, e divenutine padroni, ammazzaron parecchi, molti spogliaron dell’avere, moltissimi cacciaron in bando, assegnando a ciascuno il luogo dell’esilio; e chi rompeva questo confino era dichiarato ribelle. Cotal principio ebbe il principato mediceo.
Le città d’Italia s’empirono di sbanditi fiorentini, che vi giungevano smunti dalla fame del lungo assedio, dalle fatiche del doloroso viaggio, e lo spettacolo delle loro calamità, la vista de’ vecchi, delle matrone, de’ fanciulli strappati violentemente ed a tradimento alle loro case, fece levare un grido universale d’indegnazione contro gli autori di tanta scelleratezza, e destò forse il rimorso nel cuor di coloro che avrebber potuto e non la vollero impedire.
Di pari errori, seguiti da pari rimorsi, è piena l’istoria d’Italia.
Molte famiglie fiorentine, senza aspettar il bando della nuova Balia, uscirono volontarie dalla città, e riparandosi in qualche angolo fuor di mano del dominio, cercarono di potervi rimaner oscure e dimenticate, forse parendo loro di non perder così interamente la patria. Alcune si ritirarono a Serravezza, ove al dì d’oggi ancora, per tradizione, si mostran le case che occuparono codesti fuggiti.