Nel centro della catena de’ monti Apuani, che si stendono a man destra da chi va da Lucca a Sarzana per la via di Pietrasanta, e mostrano le loro nude e scoscese roccie accavallate e sporgenti l’une dietro l’altre con infinita varietà d’accidenti, di contorni e di tinte; nel centro, dico, di questi monti s’apre una stretta e sinuosa valle per la quale, scendendo dalle altezze delle Panie, scorre la Versilia limpida e fresca, sotto l’ombre di folti ed antichissimi castagni. Lo sbocco di questa valle, mascherato dall’intreccio di due gioghi dirupati ed alti, si nasconde a chi da lungi vi diriga lo sguardo, quasichè la natura abbia voluto con amorevole antiveggenza, preparar luoghi che servisser di rifugio ai deboli contro la violenza de’ forti.

Risalendo la Versilia, ad un miglio dentro la montagna, si trova Serravezza, ove s’allarga un poco la valle pel confluire d’un altro torrente che viene dal M.e Altissimo. Quivi, sul finire di settembre, s’eran ricoverati Lamberto colla sposa e il cognato, ed era con essi Selvaggia, Fanfulla, Maurizio ed il piccolo Arriguccio.

Il tempo trascorso dalla morte di Niccolò sino a quest’epoca l’avean passato a M.e Murlo, ove Laudomia era, come vedemmo, rimasta inferma, e dove per la tremenda nuova della fine del padre, che non fu possibile nasconderle, cadde in più grave pericolo della vita; ed a stento avea, dopo più settimane, potuto alzare il capo dal guanciale. Ebbe lunga e penosa convalescenza, resa più lenta dal cocente e continuo pensiero del padre, de’ fratelli, della patria: e dalla disperata vista della Lisa che le avean ricondotta da Firenze. In quello stato, che divide da persona che s’ami con un abisso cento volte più doloroso e tremendo della morte medesima: perchè è men duro piangere spenta un’intelligenza, dalla quale s’ebbe lungo ricambio di pensieri e d’affetti, che trovarla degradata e sconvolta.

La pazzia della Lisa non era furibonda, e, neppur in apparenza almeno, continua. Passava l’ore, e le giornate talvolta, in una cupa e taciturna immobilità, tenea gli occhi spalancati, fissandoli in terra col guardo intensissimo, e per così dire, impietrito, e talvolta con voce bassa diceva: «Era un traditore!» A momenti pareva pur che riconoscesse le persone, intendesse le loro parole; ma eran brevi lampi in un’immensità tenebrosa.

Siccome però ne’ suoi modi non era nulla che potesse dar a temere, veniva lasciata in sua libertà, ed una contadinella soltanto avea l’incarico di tenerla d’occhio quando si riusciva a condurla fuori di casa: chè un medico, al quale s’era potuto chieder consiglio, avea suggerito si facesse stare, per quanto fosse possibile, all’aria ed in luoghi ameni ed aperti.

Un giorno, adoperandosi con quel sottil senso d’astuzia che suol ne’ pazzi sopravvivere all’intelletto, riuscì, mentr’ era fuori colla sua guida, ad allontanarla per pochi momenti. Quando la villanella tornò al luogo ove aveva lasciata la Lisa, questa era scomparsa, nè per quanto cercasse e corresse tutto all’intorno le venne fatto di rintracciarla od udirne novella, e tutta piangente dovette pur tornare a casa e narrare il fatto alla famiglia, che sbigottita uscì tutta, meno Laudomia, in cerca della povera fuggita, e correndo le pendici ed i boschi sottoposti al castello la venivan chiamando tratto tratto frugando e rifrugando ogni macchia, ogni siepe, ogni cespuglio. Fu tutto inutile; ed a notte chiusa soltanto, afflitti e malcontenti, tornarono alla pieve, nè venne loro fatto, per quanto ne’ susseguenti giorni moltiplicassero le ricerche e l’inchieste, di scoprire ove fosse capitata.

Ma una lettera scritta in que’ giorni dal Vanni, custode della villa del Barone, a Baccio Valori, ne darà notizia al lettore, e perciò la riportiamo qui tutt’intera.

«Magnifico messer Baccio, signor mio onorandissimo.