Qui finisce la storia nostra nella quale, narrando le sventure d’una sola famiglia, abbiamo inteso raffigurare quella di molte altre, anzi di un intero popolo.
Coloro che in modo più o meno colpevole e diretto furono autori della rovina della loro patria, ottennero essi, a prezzo almeno di tante lacrime e di tanto sangue, quel fine che s’eran prefisso? Vediamolo.
Clemente VII volendo stabilire il dominio del ramo illegittimo di casa Medici, a danno dell’altro che odiava, e dal quale usciva Giovanni delle Bande Nere, aprì invece al figlio di questi la strada del principato, che durò nella sua stirpe fin quasi alla metà del secolo scorso.
Carlo V il quale, sperando poter trasmettere a Filippo suo figliuolo la corona imperiale, avea profuso sangue e tesori per raffermare la sua potenza in Italia, che veniva così a legare insieme le due parti d’una cotanto vasta monarchia, deluso nella sua speranza, lasciò al figlio il ducato di Milano ed il regno di Napoli, dominj pericolosi e lontani, che, a far bene i conti, costarono più che non produssero alla Spagna, e contribuirono alla fine ad esaurirla nella lunga guerra della successione.
Se i Fiorentini, che con tanta costanza e per tanto tempo difesero la loro libertà contro l’usurpazioni de’ Medici, riuscissero infine a sottrarvisi, l’abbiam veduto. Meritarono la loro sorte? Avremo il coraggio di dirlo? sì; in parte almeno, la meritarono. Volevano libertà per sè, ed intanto opprimevano le città del loro dominio; procuravano che i Cancellieri e i Panciatichi di Pistoja si scannassero tra loro, che i fossi dell’agro pisano si colmassero, onde, co’ miasmi de’ paduli, si decimasse la popolazione, che, troppa, potea ribellarsi; intesero il proprio dritto, e non l’altrui: usarono due pesi e due misure. Venne il pericolo; le città del dominio cooperaron di mala voglia e forzate alla difesa di Firenze; la sua caduta parve ad esse una liberazione, il principato de’ Medici, un’eguaglianza colla loro antica e rigida dominatrice.
I Palleschi e gli Ottimati, che col loro tradimento negli ultimi giorni dell’assedio avean creduto procurare il trionfo dell’oligarchia, e s’accorsero troppo tardi d’aver procurato invece quello del dominio d’un solo, che tolse loro ogni autorità, e li tenne sempre bassi ed inerti.
Baccio Valori ottenne il premio degno de’ traditori; disprezzo da quelli a pro de’ quali avea fatto tradimento, infamia dall’universale, ed in ultimo dal duca Cosimo la mannaja.
Malatesta anch’esso, predicato traditore da tutta Italia, si ritirò a Perugia ove non ebbe quell’autorità e quelle grazie che avea patteggiato con Clemente VII. Travagliato anzi dal cardinal Ippolito legato della città (che il papa non volle o non seppe raffrenare) e che favoriva apertamente la parte di Braccio, nemica a Malatesta, egli si ritirò ad una sua villa, la quale, come dice il Varchi, per passare più il dolore che il tempo faceva fabbricare, e quivi quattordici mesi dopo la resa di Firenze, fradicio d’anima e di corpo uscì di vita.
Ecco in qual modo, gli autori di tanti mali, ottennero il fine che s’eran prefisso.