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Due anni dopo, Laudomia e Lamberto erano una sera nella loro saletta: egli leggeva una lettera di Bindo, essa avea a’ piedi una culla nella quale dormiva un bel bambino di cinque mesi al quale avean posto nome Niccolò. Comparve un uomo, che disse loro essere il giorno sbarcata alla marina una donna, che all’aspetto pareva afflitta da gravissima infermità: aver voluto avviarsi tosto a Serravezza, ma venendole meno la lena e la vita, e volendo pur condurvisi ad ogni modo, essere stata costretta farsi portare su un letto fatto in fretta di rami d’albero con suvvi un saccone. Giunta alla Madonna di Quercia, e sentendosi presso al suo fine, s’era fatta deporre sulla porta della chiesa sotto alcuni cipressi, e mandava pregando Laudomia e Lamberto venissero a lei prestamente.
Ambedue ad un tempo, dissero:
—È Selvaggia!—
Ed ansiosi di chiarirsene, montati a cavallo, scesero velocemente al luogo indicato.
La notte era serena, risplendente la luna, che portava sulla facciata bianca della chiesuola l’ombra opaca de’ cipressi. Videro da lontano il letto. La donna che vi giaceva, un prete al suo fianco, ed a’ piedi un contadino con un cero acceso: punsero i cavalli, ed un momento dopo stavano entrambi stringendo tra le loro mani quelle della povera Selvaggia, che appena raffigurarono, tanto era mutata e ridotta un’ombra.
Guardò Laudomia e Lamberto, e quel suo nobile ed ardente cuore tutto parve trasfondersi in questi ultimi sguardi. Tacque un momento come per raccogliere le poche forze che le eran rimaste, poi disse, con parlar interrotto dall’affanno dell’agonia:
«Non l’ho... trovata mai... la pace.... sapete... Mai!... Sentivo... invece... crescermi nel cuore.... la morte.... temevo.... non giunger.... sin.... qui.... vi son giunta.... benedetto sia Iddio.... benedetti voi ambedue.... che soli amaste.... la povera cortigiana.... Lamberto, posami la mano.... sulla fronte.... fu l’ultimo mio desiderio.... in riva al Po.... quella notte.... dimmi tua.... perdonami Laudomia.... ma io l’amo sin d’ora.... come s’ama in Cielo....»
Mentre Lamberto poneva la mano sulla fronte alla donna, la sentì agghiacciarsi, un sorriso le corse a fior di labbra, e la morte ve lo fissò. Lamberto e la sua sposa piansero lungamente sul corpo freddo ed esamine di quella cui si dovea molto perdonare, perchè molto avea amato, poi la seppellirono con onore nel sagrato della chiesuola
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Per lunga serie d’anni la vita de’ due sposi passò agitata tra continue e gravi vicende. Geloso custode della fede data a Niccolò, Lamberto seguì con Bindo e Fanfulla, finchè vissero, la fortuna de’ fuorusciti. La seguì ugualmente dopo la loro morte, e finchè in Italia vi fu una spada levata contro il dominio de’ Medici, ebbe compagna quella di Lamberto. Alla fine, ceduta ogni speranza, stanco per tante guerre, si ridusse colla moglie a Genova, e vissero felici quanto si può esserlo in questo mondo, e soprattutto quanto può esserlo chi abbia perduta la patria, e la vegga misera ed avvilita.