A D. Ercole d’Este primogenito del duca di Ferrara era destinato il comando della milizia pagata, come capitan generale de’ Fiorentini. I Dieci gli fecero significare dovesse mettersi in ordine per cavalcare, e gli furon al tempo stesso sborsati tremila cinquecento ducati, quali eran tenuti somministrargli a’ termini della condotta per soldar mille fanti di guardia alla sua persona. Ma il duca Alfonso malgrado la fede data, o dubitando del papa o temendo inimicarsi l’Imperatore, trovò pretesti, e non volle nè mandare il figliuolo, nè restituire i danari.

Per questo tradimento dovettero i Fiorentini commettere il comando generale al sig. Malatesta Baglioni, figlio di Gio. Paolo, soldato della repubblica: gli mandarono a Perugia Bernardo da Verazzano oratore, che lo vezzeggiasse con tutte le maniere di carezze e d’onori, per mantenerlo in fede, onde non si lasciasse corrompere dal papa che era intento a ciò continuamente.

Malatesta accettò ed assunse il comando per disgrazia de’ Fiorentini.

Viene in mente alla prima il domandare perchè questi si fidassero tanto d’un uomo che per molti motivi dovevano aver in sospetto? Prima il tempo stringeva, e non era facile così subito trovar un altro che nelle cose della guerra valesse quanto Malatesta. Poi gli ordini della milizia in quel secolo eran talmente instabili, e la disciplina così corrotta, che i diversi capi delle bande che costituivan l’esercito non si sarebbero piegati mai ad ubbidire ad un loro eguale innalzato dalle sue virtù al comando supremo, e comportavano appena di star soggetti a chi poteva dirsi principe indipendente.

Acciocchè non mancassero i danari per pagare queste genti, vennero eletti sedici ufficiali detti di Banco, i quali tra tutti avessero a servire il Comune d’ottantamila fiorini. Fissandosi per loro utile a ragione di dodici per cento. Si creò un magistrato di quattro cittadini il quale dovesse porre un accatto che non s’avesse a rendere; e nel tempo stesso fu ordinato che si restituissero i residui delle imposizioni passate. Si vendettero all’incanto tutti i beni di ciascuna delle ventun’arti, e quelli delle fraternità e compagnie così della città come del contado. Clemente VII, con suo breve aveva conceduto che questi beni ecclesiastici si potessero vendere quando in Firenze erano ancora i Medici, onde il danaro che se ne ricavasse fosse adoperato da questi per mantenersi nello stato. Non s’era fatto uso in allora di questa licenza, che fu messa ora a profitto in difesa della libertà.

Prima del 1526 le mura erano difese da innumerabili torri, che i Medici fecero abbattere per consiglio di Pietro Navarro. Ora Michelangelo Bonarroti, che avea bensì mostrato tentennare scostandosi da Firenze quand’era minacciata, ma poi tosto tornato in se vi s’era condotto per far il dovere di buon cittadino, diede opera di fortificare d’ogni parte le mura. Chiuse nel loro circuito il colle che sta fra Porta S. Niccolò e S. Miniato, circondandolo con un bastione, e mettendo in fortezza il convento, la chiesa, ed il campanile di S. Miniato. Condusse molti altri bastioni dove gli parean bisognare, coi loro fianchi e fosse, e bombardiere secondo insegnava l’arte in quel tempo.

La corteccia di fuori di tali bastioni era di mattoni crudi fatti di terra pesta mescolata col capecchio trito: di dentro era di terra e stipa molto bene stretta e pigiata.

Nel consiglio degli ottanta fu vinta una provvigione «che i borghi della città si dovessero incontanente tutti rovinare dai fondamenti, e tutti gli edificj d’intorno a un miglio, o piccoli o grandi, così sacri, come profani, che potessero recare o comodità alcuna a quei di fuori, o scomodità a quei di dentro si spianassero e mandassono a terra ecc.»

I padroni però furono scritti come creditori del valore riconosciuto secondo la stima.