I borghi erano in quel tempo quasi altrettante città, il contado pieno per tutto di case, di ville, di palazzi, con orti e giardini, più ricco e meglio ornato che paese del mondo. Non è possibile immaginare il danno che risultò sì al pubblico che ai privati da questa distruzione nella quale vi ebbero famiglie peggiorate più che di ventimila fiorini.
Ma i cittadini non guardando nè a danari nè a possessioni accolsero animosamente la provvisione ed uscendo a frotta giovani, vecchi, ricchi e poveri ed i padroni istessi andavano a questa o a quella villa, e non solo rovinavan le case, ma guastavan gli orti ed i giardini, le fontane, i vivaj ed abbattendo colle scuri gli alberi fruttiferi, o di bellezza, sbarbando viti, ulivi, cedri, melaranci, tornavano a Firenze con muli ed asini carichi di fascine che si adoperavano poi nell’innalzare i bastioni.
Gli edificj di maggior solidità si rovinavano con un istrumento fatto a guisa d’ariete: era una trave che retta orizzontalmente in bilico colle funi veniva dimenata e spinta con grandissima forza da molti uomini, i quali battendo con essa a furore, inanimando l’un l’altro colle voci e colle grida mandavano a terra lunghi tratti di muro.
Il volgo dava a quest’ordigno un nome che non ci è lecito porre sott’occhio al lettore; in altro modo era detto Battitojo.
Accadde nel corso di queste devastazioni un fatto che mostra, quanto dagli uomini di quel secolo fossero tenute in pregio le arti.
Una turba di cittadini, soldati e contadini, avean gettato a terra con una di quelle macchine buona parte della chiesa e del convento di S. Salvi. Giunti colla rovina in luogo d’onde si scoperse loro il refettorio nel quale era dipinto il Cenacolo, opera di Andrea del Sarto, ad un tratto tutti quanti si fermarono quasi fossero loro cadute le braccia: nè bastando l’animo ad alcuno di metter le mani su quell’opera maravigliosa lasciarono in piedi quel pezzo di muro e la pittura rimase intera.
Il palazzo di Jacopo Salviati, la villa di Careggi di casa Medici vennero arsi da una brigata di giovani guidati da Dante e Lorenzo Da Castiglione, de’ più fieri nemici che avesse questa famiglia. A Castello ed a Poggio a Cajano per poco non toccava la stessa sorte.
Queste arsioni però non essendo fatte in servigio della città ma soltanto per isfogar l’odio contro i nemici, vennero biasimate dagli uomini gravi, ed il gonfaloniere Carduccio diede commissione onde ne fossero castigati gli autori. Ma il tempo non comportava troppa severità contro tali insolenze, e la commissione non ebbe effetto.
Il principe d’Orange vicerè di Napoli aveva frattanto ricevuto l’ordine dall’Imperatore di mettere insieme le genti e muoverle contro lo stato fiorentino ad ogni richiesta del papa. Giunse il vicerè a Roma agli ultimi di luglio con cento cavalli e mille archibusieri, e s’alloggiò in Borgo nel palazzo Salviati.
Venuto a parlamento con S. S. vi fu molto che fare prima che si mettessero d’accordo.