La risposta di Clemente fu che «trattandosi dell’onor suo voleva che i Fiorentini si rimettessero in lui liberamente, e poi mostrerebbe a tutto il mondo, ch’egli era fiorentino anch’egli, ed amava la patria sua.»

Tosto che l’esito di questa legazione fu noto in Firenze, gli animi di tutti, deposto ogni pensiero d’accordo, si volsero a crescer le munizioni ed a rinforzar le difese.

I lavori delle mura che erano già molto innanzi si proseguirono con maggior alacrità, massimamente quelli intorno al bastione di S. Miniato, ed il gonfaloniere in persona li sollecitava con incredibile diligenza.

Quando il sole era tramontato si continuava l’opera tutta la notte al lume de’ torchi.

Agli operai ed a marrajuoli s’univano i soldati, i giovani, le donne, i vecchi, i fanciulli, ingegnandosi ognuno d’ajutare fin dove giungevan le forze trasportando terra, sassi, fascine, mettendosi a gara ai servigi più vili e più faticosi con quella fiera allegrezza che si desta all’avvicinarsi di grandissimi pericoli, in chi sa d’incontrarli per la giustizia.

In breve le fortificazioni si trovarono condotte a termine d’essere inespugnabili per un esercito di quei tempi.

A misura che il pericolo s’avvicinava la parte de’ Piagnoni diveniva più rigida contro i Palleschi. Molti di questi delle prime case di Firenze s’erano fuggiti spaventati dai pericoli dell’assedio, o dalle persecuzioni de’ loro avversarj, i quali li accusavano ai magistrati, gli oltraggiavano per le piazze e per le vie, e spesso avean tentato di manometterli.

Dante da Castiglione, giovane feroce, ardentissimo, il Sorrignone, Cardinale Rucellai, Pietro Poldo dei Pazzi, Domenico Boni ed altri della setta nemica ai Medici, avean piena la città di queste loro insolenze e dicendo pugnare per la libertà, erano i primi a distruggerla.

Gli uomini savii che pur conoscevano quanto simili modi fosser contrarj al viver libero, ciò non ostante li comportavano per non parer freddi, e venivan così strascinati da questi più furibondi, a prender partiti violenti ed estremi.