CAPITOLO VI.
Il popolo di Firenze si trovava ottimamente ordinato per la difesa. Forti le mura, numerosa e ben instrutta la milizia, ben fornito il tesoro, abbondanti le vettovaglie, accesi gli animi d’amor di patria e d’ardire: ma egli s’allevava un serpe in seno, e questo serpe era Malatesta Baglioni.
I suoi maggiori erano stati capi de’ nobili e de’ ghibellini di Perugia, ove Gian Paolo suo padre s’era fatto signore verso la fine del secolo XV, e benchè due volte ne fosse stato cacciato, l’una da Cesare Borgia, l’altra da Giulio II, pure gli era di nuovo riuscito di stabilirvisi. Finalmente Leon X, volendo riunire Perugia agli stati della Chiesa, adescatolo con larghe promesse e con un salvocondotto, l’indusse a portarsi a Roma, ove in iscambio dell’accoglienza che gli si prometteva, fu preso, posto al tormento e decapitato.
L’odio che gli si portava dall’universale pe’ suoi delitti, fece che la voce pubblica assolvesse Leone della tradita fede.
I principj di Malatesta furono simili a quelli del padre.
Condottiere a’ servigi de’ Veneziani da prima, poi signore di Perugia, infine, come vedemmo, capitano de’ Fiorentini. Uomo di mente fredda, sagace, astutissimo; d’instancabile pertinacia ne’ suoi propositi, superbo, avaro, tenace nelle vendette, e sopra ogni altra cosa maestro di frodi e dell’arte di nasconderle e colorirle, persino allorquando avessero partorito l’effetto; prode ed ardito della persona, ed assai esperto capitano. Tipo insomma di que’ signorotti tirannelli che per secoli sorsero, caddero e ricomparvero in pressochè tutte le città italiane: ora principi ora condottieri a servigi di altri principi, o di repubbliche più potenti di loro, spesso capi di parte, di fuorusciti, o di masnadieri. Esperti d’ogni fortuna, ed in tutte animosi, insaziabili, irrequieti. Uomini che allevati tra domestiche infamie e risse cittadinesche, vissuti in vicenda continua di violenze e d’astuzie, finivano le più volte oppressi o traditi da nemici potenti e palesi, ovvero sotto il coltello de’ sicarj, o de’ loro più stretti congiunti. Onde in quell’età più che in ogni altra apparve vera la sentenza di Giovenale: