—La V. M., rispose il vecchio senza turbarsi punto, avrebbe ora un buono e fedel servidore di meno.—
—Ma non lo sai, nemico di Dio, che non ho un’ora di bene in tutta la notte? Che mi pare mi buchin cogli aghi le midolle dell’ossa? Ci vuol tanto a trovar un’erba, una polvere, un diavolo che mi faccia dormire un’ora? Alla fediddio, ch’io non darò sempre le spese a chi mi strazia.—
—Io troverò questa state il celidonio, pietra che nasce nel ventre della rondine, e la V. M. legherà questa pietra in un pannolino, e la cucirà alla camicia sotto la poppa manca, che tocchi la pelle..... oppure s’io potessi andare insino in Dalmalzia, v’è un monte....—
—E’ sarebbe meglio andassi insino all’inferno... ho paura che vi sarei prima di te.... Io t’ho inteso... Orsù, levamiti d’innanzi, e chiama messer Benedetto, e fa presto.—
Il vecchio uscì.
Messer Benedetto de’ Nobili, dottor di legge, grande amico de’ Medici, si trovava spesso con Malatesta onde conferire degl’interessi della parte Pallesca. Veniva a lui di notte ponendo ogni cura affinchè quelle visite non si risapessero in palagio ove in quel tempo non si scherzava.
Era messer Benedetto un vecchione di bella e grave presenza, uomo del resto di natura vile e malefica: ingordo, simulatore, ingegnoso in trovar cavilli e grandissimo ipocrita. Egli solo tra Palleschi aveva comunicazione col Baglioni; e questo riguardo era necessario affinchè il capitan generale non venisse in sospetto al popolo, la qual cosa avrebbe rovinato affatto le speranze del partito mediceo.
Mentre il Frate e Malatesta tenevano insieme i discorsi che abbiam riferiti, messer Benedetto stava aspettando in una camera poco lontana. Dirà taluno: Non poteva egli trovarsi presente al trattato ed ajutarlo?
Malatesta avea per costume, le cose che si posson dire a quattr’occhi non dirle a sei. Entrò messer Benedetto: avea indosso il lucco, in capo il cappuccio. S’adagiò sul seggiolone ov’era stato il Frate, e disse:
—E così?—