Le porte e le finestre tutte chiuse, le imposte serrate, mostravano che la maggior parte de’ cittadini era ancora immersa nel sonno. S’andavano aprendo le chiese, ma non vi si trovava se non gli scaccini occupati a spazzare, e qualche sagrestano attendendo a preparar gli altari.
In S. Marco soltanto, de’ frati Domenicani, le campane che suonavano a morto da un’ora innanzi giorno avean già radunato un piccol numero di fedeli.
L’interno di questa chiesa non era ornato in quel tempo dalle colonne d’ordine composito, e dagli altari che v’eresse poi Gian Bologna, ma si conservava semplice e severo quale fu edificato per opera di Cosimo il vecchio.
Davanti all’altar maggiore, tra quattro grossi candellieri di ferro, era posata in terra una bara, nella quale giaceva il cadavere d’un giovane che mostrava non passare i venticinque anni: tra le sue mani giunte sul petto era acconcio un crocifisso, ed il suolo, come pure il cataletto sparsi, secondo il costume di Firenze, di foglie e di fiori di melarancio. Sul guanciale che gli reggeva il capo erano due candele benedette accese, colle quali i devoti usavano segnare il defunto.
Quantunque avesse indosso l’abito di S. Domenico, si poteva supporre che gli fosse stato posto per divozione soltanto dopo morto, ma che non l’avesse usato in vita: e ciò che lo faceva credere era una spada ed una rotella col giglio rosso in campo bianco (impresa del comune di Firenze) che erano appese a’ piedi del defunto.
Non essendo ancora uscita la messa, un solo candelliere ardeva. La sua luce rossiccia illuminando un gruppo di persone che erano state le prime a giungere, e pregavano in ginocchio raccolte intorno al cadavere, lumeggiava le figure più vicine (come soventi usò Rembrandt) con frizzi vibrati di luce, la quale cadendo sempre più debole sugli oggetti a misura che si trovavan più lontani, finiva perdendosi in fondo alla chiesa in una totale oscurità. In alto soltanto le tenebre venivano diradate dai gran finestroni della volta, i quali cominciavano a potersi discernere per la tinta pallida e cilestrina che veniva nascendo col giorno sulle invetriate.
Non passava minuto senza che a uno, a due, a tre per volta non entrassero uomini che ai passi gravi, al suonar delle stellette degli sproni, ad un luccicare ottenebrato di corsaletti e giachi si conoscevano per soldati. Venivano avanti e giungendo alle spalle di chi si trovava già in chiesa posavano a terra il calcio o della picca, o della ronca, o di un grosso archibugio, chè tutti avevano l’una o l’altra di queste armi, e rimanevano con viso mesto e contegno tutto raumiliato.
Poco stante comparve, accompagnato da venti uomini ben armati, il Gonfalone del Leon d’oro del quartiere di S. Giovanni. Era una bandiera quale usa la fanteria anche in oggi, con suvvi dipinto un leon d’ oro in campo bianco. L’uomo che la portava si fermò a metà della chiesa, e vi rimase, messo in mezzo da’ suoi.
Crebbe così a poco a poco la folla, serrandosi intorno al feretro ed al gruppo che vi stava dappresso, il quale mostrava essere composto de’ più stretti parenti del defunto.
A due passi da’ suoi piedi era un vecchio molto innanzi cogli anni. Aveva indosso il lucco, abito usato nella repubblica fiorentina, dalle persone gravi specialmente, che era una vesta di saja nera foderata di pelli, sparata dinanzi e dai lati dove si cavan fuori le braccia, ed increspata in alto ove s’affibbia alla gola: in capo il cappuccio, composto di un cerchio di borra coperto di panno, e si chiamava il mazzocchio: una parte dell’istesso drappo cadeva a guisa di pendone sull’orecchio sinistro ed era detta la foggia; il becchetto poi era una striscia che andava sino a terra, si ripiegava sulla spalla destra e spesso s’avvolgeva al collo.