L’aspetto di questo vecchio, largo di spalle, grande della persona, era valido e robusto. Gli stava ancor sulle guance quella tinta vegeta che nasce da un’ottima complessione, non mai logorata da vizj.

Nella barba, che era lunga e folta, e nei pochi capelli che uscivano di sotto il cappuccio, non era pelo che non fosse bianchissimo, le sopracciglia sole conservavano ancora in parte il color bruno: ed una frequente contrazione di muscoli che le avvicinava contribuiva a dare a’ suoi occhi neri una molto fiera guardatura.

Il nome di questo vecchio era Niccolò di ser Cione, di ser Lapo de’ Lapi, di famiglia popolana, uno de’ capitudini[2] dell’arte della seta, il quale poteva vantarsi d’essere giunto ad 89 anni, chè tanti ne aveva, sempre integro, sempre amante della patria e dello stato popolare, a pro del quale avea messo in molte occasioni la persona e l’avere. Ma il vantarsi di tal modo di vivere neppure gli sarebbe caduto in pensiero, tanto era nella natura sua, e pareva a lui il solo possibile.

Tra i primi ed i più devoti seguaci di Fra Girolamo Savonarola mentre viveva, lo piangeva morto, venerandolo come un martire; studiando di osservare in ogni sua azione ed in ogni tempo, senza aver rispetto a cosa del mondo, le severe massime del frate, le quali, dobbiam confessarlo, lo portavano talvolta a convertire la mansueta legge del vangelo in una legge tirannica ed impraticabile.

Ser Cione, padre di Niccolò, s’era trovato intinto nella congiura, che diretta da Rinaldo degli Albizzi, riuscì a cacciar per un anno, di Firenze, Cosimo, detto Padre della Patria, onde al ritorno di questi andò con molti altri banditi a finir la vita in esiglio.

Niccolò, nato in una terra di Puglia, ov’era il confino del padre, testimonio della sua miseria negli ultimi anni, e della morte oscura, circondata da tutti i travagli dell’esiglio, avea colle prime impressioni dell’infanzia concepito, quasi fatale necessità, un odio orrendo contro i Medici e le parte Pallesca.

Come poi mettesse d’accordo quell’odio col vangelo che professava, lo potrà intendere chi sa quale sia la logica degli uomini di parte.

Dopo molt’anni gli era venuto fatto di tornare a Firenze, Avea riaperto il fondaco del padre, e fattovi grossi guadagni, coi quali soccorse la città nel 1494, quando per la calata di Carlo VIII, e per la dappocaggine di Piero de’ Medici, lo stato di Firenze corse così grave pericolo. In quell’occasione s’era visto quanto il popolo minuto, i lavoratori di seta, e tutti gli operai in genere gli fossero divoti, chè nella notte antecedente al giorno in cui Pier Capponi stracciò i capitoli in faccia a Carlo, n’ebbe a sua posta più di seimila.

Quest’affetto della moltitudine, nato dalla riverenza che ispirava la sua virtù, dal saperlo amatore sincero e costante del ben pubblico, che in lui non era mai stato pretesto onde cercar l’utile privato, s’era sempre fatto maggiore, e quando i Medici tornarono nel 1512, il solo timore dell’opinion pubblica era bastato a salvarlo dalle persecuzioni. La sua fama sola bastò nell’istesso tempo a preservarlo dalle lusinghe e dalle seduzioni colle quali la parte Pallesca mai non cessava d’adescare i suoi avversarj; e dal 12 al 27, anno dell’ultima cacciata dei Medici, fu tenuto bensì in sospetto da questi, ma pur lasciato stare, e dagli amatori dello stato popolare considerato come uno de’ loro capi, nel quale, più che in ogni altro, ponevan speranza, ove nascesse occasione favorevole alla libertà.