Quel senso avveduto e sottile che la natura ha posto in ogni donna, e che precede l’esperienza, mostrava a Lisa benchè giovanetta qual fosse per lei il cuor di Lamberto. Essa godeva di sapersi amata. E qual cuore umano non ne gode, sia pure illibato ed innocente? Ma questa compiacenza era forse per essa più di amor proprio che di cuore. Sentendo molto altamente di se, aveva caro codesto amore come una prova di più di quanto valesse: se si vuole avea caro anche Lamberto; l’avrebbe fors’anco amato perdutamente, ma non poteva capirle in mente l’idea di divenir moglie di chi passava la vita sua col braccio in mano a misurar broccato.

Lamberto poi, che per natura e per sapersi persona cotanto umile già dubitava di sè, parte immaginando i pensieri della giovine, talvolta usciva di speranza affatto, talvolta vedendosi tanto accarezzato da Niccolò e trattato come un figliuolo, un poco si riconfortava, ed il vecchio, che pure per quanto glielo concedevano i suoi molti pensieri, s’ingegnava scoprire qual fosse il cuor della figlia pel suo Lamberto, fatto quasi certo che tra esso e la Lisa qualche cosa ci fosse, procurava senza troppo aperte dimostrazioni di lasciar però conoscere ch’egli non avrebbe posto ostacolo alla loro unione.

Alla fine, un giorno ch’egli era solo in camera con ambedue, essa a caso uscì, e Lamberto non pensando di venir osservato le tenne dietro col guardo: con un guardo che assai diceva. Niccolò sorridendo, e postagli una mano sul capo gli disse: «Lamberto, io ti voglio quanto bene io ho, perch’io ti conosco intero uomo dabbene, e sappi che per dar marito alla Lisa io non guarderò che sia ricco nè che sia di gran casato; ma che sia un giovin dabbene e che le piaccia» e soprastato così un momento, guardando amorevolmente il giovane che avea il viso come una brace, ripetè ancora «che le piaccia, tu m’hai inteso.» Niccolò era già uscito di camera, che Lamberto aveva ancora a batter palpebra, ed a muoversi, tanto gli parea di sognare. Alla fine riscossosi, e pazzo per l’allegrezza disse «ora s’io non saprò guadagnarmela avrò a dolermi di me.» Ma ad avvelenar questa gioja gli sovvenne ad un tratto, ciò che gli era parso indovinare, che la Lisa fosse troppo altera per porre l’amor suo in basso luogo, e per la prima volta in vita sua si sentì offeso dell’oscura povertà de’ suoi natali: per la prima volta pensò sospirando «Oh fossi nato un signore!» Ma tosto quasi facendo vergogna a sè stesso di questi inutili rammarichi, diceva scuotendo il capo: «Non son io forse un uomo come un altro?» e colla fervida fantasia vedeva quasi schierarglisi innanzi quanti in Italia per le loro virtù eran di povero stato, saliti in grado ed in autorità. Rammentava quanto aveva letto di Castruccio, d’Uguccione della Faggiuola, e di Sforza, e del Carmagnola, e di tant’altri, e prendendo per se quel passo del Purgatorio di Dante, esclamava Son io pure «di quel paese

....ove un Marcel diventa

Ogni villan che parteggiando viene.»

Passando poi da un’idea all’altra vieppiù si confermava in questi pensieri così ragionando: «Niccolò, è vero, mi darebbe la Lisa, perchè son figlio di chi ha dato il sangue per lui, ma non per questo tralascerà di conoscere che io son nato d’un povero operajo, e che potrebbe, purchè volesse, dar la Lisa al primo uomo di Firenze, e gliene saprebbe il buon grado.»

L’animo di Lamberto nobilmente altero si sdegnava all’idea che il suo benefattore, che la Lisa, non avrebbero però mai cagione di andar superbi di lui, e riscaldandosi in quest’immaginazione gli pareva già veder Laudomia sposa d’un qualche grande, e che il cognato si vergognasse del povero Setajolo, che gli amici e le brigate lo lasciassero da canto, che la sua Lisa (secondo il solito se la dipingeva una perfezione) offesa da questi sprezzi lo volesse difendere, avesse a farglisi sostegno, quasi a proteggerlo!.... quest’idea lo trafisse a un tratto così amaramente, e passar la vita a quel modo gli parve cosa tanto dolorosa e vigliacca, che con subita risoluzione fermò in cuor suo di voler ad ogni costo prepararsi quella che si sentiva poter meritare. Pieno d’ardire e di speranza si vide a un tratto apparire innanzi agli occhi come una scena nuova tutta piena e risplendente di fatti d’arme, di vicende e di gloria; in fondo alla quale vedeva se stesso chiaro nella milizia, signore di castella, onorato e potente, e la Lisa tenuta in conto di gran signora, ed invidiata dalle compagne e dalle amiche; ebbro di queste seducenti immagini, conoscendosi saldo d’animo e di corpo, atto d’ogni difficil cosa, esclamava, quasi sdegnato di non aver avuto prima cotali pensieri:

«Pur beato ch’io m’accorsi alla fine d’aver cuore e braccio al pari d’ogni uomo!» e soggiungeva: «Se Iddio m’ajuta come m’ajuterò da me, Niccolò non avrà ad arrossire di suo genero, nè la Lisa ad invidiare altra donna.»

Il disegno di Lamberto di darsi al mestier dell’armi non era in quel secolo privo d’una certa probabilità che venisse a riuscire ad una splendida fortuna; ben inteso che chi vi si metteva avesse ad un grado eminente le doti che rendono atto a tale ufizio, e che una palla d’archibuso non gl’impedisse troppo presto di farle valere. Durava ancora per la milizia il costume de’ condottieri, ed era libero a ciascuno di divenirlo, purchè salisse in tal riputazione tra la gente d’arme che molti si contentassero d’averlo per capo. Ogni soldato, facendo il mestiere per propria scelta, e come un modo d’arricchire e salir in grado, concorrevano in maggior numero a quel condottiere col qual si ripromettevano miglior fortuna. Esso poteva, accettando e rifiutando a sua posta, farsi una compagnia scelta; e questo modo di formar l’esercito avea di buono, che nessuno senza esser valente della sua persona, e senza grand’esperienza nelle cose di guerra non giungeva al comando.

Ma al momento di mandar ad effetto le sue risoluzioni, un pensiero gli si parò d’innanzi, se non come ostacolo insuperabile, almeno come una difficoltà, che sempre è più grave, quanto più è virtuoso l’uomo che l’incontra. Lamberto aveva ancor sua madre. Essa era, prima di prender marito, una buona contadina di quel di Lucca, e venuta a Firenze con Piero, era stata seco molt’anni prima che le nascesse Lamberto. Si sarebbe potuto applicarle l’elogio racchiuso in quelle quattro parole che serviron d’epitaffio ad un’antica dama Romana: