Domum mansit=Lanam fecit[20].
Ma mi pare di sentire qualcuna delle mie leggitrici, se avrò la fortuna di trovarne, dire sorridendo «già noi povere donne non abbiamo ad esser buone ad altro che a star a casa a filare!»
Ah care le mie donne! (già suppongo che siamo d’accordo sul non prender letteralmente le parole dell’epitaffio) se sapeste quanto vi rende grandi, nobili, importanti ai miei occhi, l’incarico a voi commesso dalla provvidenza nel mondo!
Se il vero bello, il vero grande, l’importante finalmente ha a misurarsi dall’utile e dalla virtù, chi potrà credersi più importante d’una buona moglie, d’una buona madre? Chi regge i primi passi, chi consola i primi affanni di questi uomini superbi, che cresciuti poi si tengono dappiù di voi, ed a voi pure debbon ricorrere se voglion trovare sollievo alle miserie della vita? Chi al par di voi è capace viver vita di sagrifici, immolarsi del tutto al bene, alla felicità della persona cui donaste il vostro amore? Gli atti d’eroismo presso gli uomini sono sempre sostenuti dagli applausi e dalle lodi: per voi invece quanto può operar d’arduo e di grande la virtù in un cuore umano, resta il più delle volte ascoso ed obbliato tra le pareti domestiche. E se ciò non ostante siete virtuose ed utili, qual gloria, qual merito maggiore!
Se sapeste quanto stia in vostra mano il bene dell’umana società, che tutto è posto alla fine nel bene delle famiglie! Se sapeste quanto da voi dipenda far gli uomini generosi, arditi, amanti della patria, farli umani, operosi, sapienti, fargli gentili e costumati, non invidiereste al nostro sesso i tristi privilegi d’ammazzar uomini in battaglia, o coll’ampolle e le ricette, che sono i due modi approvati per mandarli all’altro mondo; di tormentarli, o rovinarli coi codici, le cause e mille malanni; di torcer loro il giudicio, e gabbarli coi libri.... e Dio voglia che la gentil leggitrice non aggiunga del suo «e di farli sbadigliare con dei racconti simili a questo!» Ma non voglio supporla ingrata: che se le donne non son dalla mia questa volta, non c’è più speranza. Ora torniamo alla madre di Lamberto.
CAPITOLO IX.
Essa era stata sempre non solo moglie fedele ed illibata, che se ciò basta ad un marito quanto all’onore, non basta quanto alla felicità, ma avea saputo, nei limiti angusti d’una povera casa, esser massaja senza miseria, provvedendo che il marito ed una fanticella non patisser di nulla, e potessero anche mostrarsi onorevolmente vestiti secondo lo stato loro. Ciò non ostante ad ogni fin d’anno trovava il modo di riporre qualche danaro pei casi impensati. Dove non giungeva la provvisione che veniva pagata a Piero da Niccolò, cercava supplire col lavoro dell’aspo, che facea girare tutto il giorno e parte della notte talvolta; tantochè le vicine, quando sgridavano i loro bambini perchè eran frugoli, che non istavan mai fermi, dicevan loro «Tu sembri l’aspo della Nunziata.»