— Amarla.
— Ella ti corrisponde?
— Non so: non importa.
— Che tipo strano sei tu!
— Homo sum — mormorò Peppino Fiorillo.
E finì per passare le sue giornate di vacanza alla finestra, donde si vedeva la terrazza di Cristina, e a passeggiare. Appena ella usciva a prendere una boccata d'aria, coll'uncinetto fra le dita e il gomitolo del filo nella taschetta del grembiule, se lo vedeva lì di faccia, con la sua aria tragica di amante disprezzato. Ella chinava gli occhi, non rientrava subito dentro per non far sembiante di nulla, ma restava imbarazzata, col viso infiammato. Ella gli aveva fatto dire, dal padrino Ciccio Cannavale, che la lasciasse tranquilla, che pensasse ad altro. Ma Peppino Fiorillo aveva declamato un grande discorso a don Ciccio Cannavale, sull'eternità del vero amore, su Dante e Beatrice, su Petrarca e Laura, sulla libertà del sentimento. Don Ciccio gli aveva obiettato che lui, Peppino Fiorillo, non aveva nè arte nè parte, e che non poteva pretendere di sposare una fanciulla che aveva quattromila ducati di dote. Peppino aveva subito replicato, con grande fierezza, che egli disprezzava il denaro: sarebbe andato a Napoli a studiare legge, avrebbe conosciuto gli uomini politici del partito democratico nelle cui mani è l'avvenire, avrebbe tentato il giornalismo, la letteratura, la poesia, carriere indipendenti, dove trova fortuna e gloria ogni forte ingegno, insofferente di giogo; del resto, lui, Peppino Fiorillo, disprezzava altamente la provincia e la sua crassa ignoranza. Don Ciccio Cannavale, sbalordito, non trovò nulla da replicare, e Peppino Fiorillo concluse:
— O Cristina, o la morte.
Trovò anche mezzo di scriverle certe lunghe lettere piene di punti ammirativi, di citazioni poetiche, specialmente del Cavallotti, di cui aveva comperate le Anticaglie, nominando financo Victor Hugo, che Cristina non aveva mai letto. Gliele portava Carmela, la figlia della portinaia Graziella, una ragazza di quattordici anni, la cui gran professione era di portar lettere amorose a Irene, alla maestrina Ottilia Orrigoni, e ci guadagnava delle mezze lire, con cui comprava una quantità di nastrini, di spilloni falsi, di orecchini in pastiglia. Cristina lesse le lettere, ma non volle mai rispondere: anzi, nella confessione, padre Raffaele la rimproverò di conservarle, ed ella le bruciò. Una parte delle sue amiche, quelle che amavano i giovanotti spiantati, le cosidette romantiche, la consigliavano a confortare di amore quel povero Peppino Fiorillo, che si struggeva per lei, che si consumava, che vegliava le notti intere, che non mangiava più, che aveva sputato sangue, una mattina: ma le altre, quelle tranquille come lei, in minoranza, glielo ripetevano continuamente che Peppino Fiorillo pativa nel cervello, che era un miserabile sfaccendato, che permetteva sua madre andasse in giornata a stirare, per comprarsi le sigarette e pagare i bicchierini di assenzio al caffè Mola. La buona creatura si ribellava ogni tanto contro questo amore di cui non sapeva che farsi, che la tormentava, che le impediva di uscire. In quei periodi di collera, ella chiudeva i cristalli sul viso a Peppino Fiorillo; dovunque lo incontrava, gli voltava le spalle; il suo umore s'inaspriva, ella maltrattava Carluccio e le serve, recitava il rosario con una voce desolata di donna infelice che chiede una suprema grazia al Signore. In quei giorni Peppino Fiorillo gironzava per le vie di Santa Maria, col capo chino, con le guancie pallide, dove la barba non rasa metteva un'ombra azzurrina di malattia, e non salutava più nessuno.
— Quella Cristina è proprio senza cuore — dicevano oramai tutti quanti.
Ella credette essersene liberata, quando Peppino Fiorillo dovette partire per Napoli, nel novembre. Le parve meno dolorosa la partenza di Carluccio, per questo sollievo di Peppino che se ne andava anche lui. Ma lo studente le scrisse una lunga lettera in cui le giurava fedeltà, che le avrebbe scritto ogni giorno da Napoli, che si sarebbe fatto subito un gran nome per metterglielo ai piedi, per commoverla. La lettera era tutte cassature, raschiature, macchie sbiadite d'inchiostro: Peppino confessava d'aver pianto scrivendo. Questa lettera ella la trovò nel panierino dell'uncinetto, senza poter sapere chi ce l'avesse messa. E tutta la notte che precedette la partenza, Peppino passeggiò sotto la casa di Cristina: se ne parlò un mese in Santa Maria.