Infatti per otto o dieci giorni, per la posta, arrivarono certe grosse lettere di vari foglietti, su cui erano scombiccherate le frasi più disperate. Sempre Cristina avrebbe voluto respingerle, ma poi la curiosità la vinceva. Un giorno arrivò un giornaletto letterario, l'Alcione, che usciva a Sarno, ogni domenica, dove ci era un sonetto dedicato alla mia divina Cristina, tutto idealità e firmato Giuseppe Aldo Fiorello. Poi, un giorno mancò la lettera; le mancanze si fecero frequenti, sicchè a gennaio, per una settimana, non giunse più niente. Alla sera, mentre Cristina leggeva il Pungolo a suo padre, trovò nella cronaca che per i tumulti universitari, fra gli studenti di primo anno che avevano gridato abbasso Senofonte, era stato arrestato, poi rilasciato G. Aldo Fiorello; poi giunse un giornale repubblicano, la Spira, dove Aldo Fiorello che era stato ritenuto in carcere mezza giornata, si vantava del martirio sofferto e sacrava le teste dei tiranni all'augurata ghigliottina. Peppino Fiorillo, ovvero Aldo Fiorello, non venne a far Pasqua con sua madre e la povera donna fu invitata a pranzo da don Ciccio e da donna Rosalia Cannavale: ella mandò dieci lire al figliuolo perchè facesse contento la Pasqua. Per mandargli cento lire al mese, ella digiunava spesso. Nel mese di maggio Cristina Demartino ricevette un giornale politico letterario di Forlì, il Satana, dove era pubblicata una ode barbara di Aldo Fiorello, dedicata a una fanciulla sciocca. In essa l'autore si burlava, in metro alcaico, di una fanciulla provinciale, bacchettona, che ancora aveva la volgarità di credere nel vecchio Jehova dei sacerdoti, che era anemica, ammalata d'isterismo, ipocrita e desiderava l'amore solo sotto il giogo coniugale, che è la galera dei liberi cuori. L'autore, Aldo Fiorello, dichiarava d'essere stato ingenuo sino al punto di amare questa stupida, ma che allargatoglisi innanzi l'orizzonte, sapute le tempeste, egli preferiva, sì, preferiva l'amore che la chellerina gli offriva, insieme con la tazza spumante di birra. Di questa poesia Cristina non capì la parola Jehova, ma la credette una bestemmia e si segnò; non capì la parola chellerina, ma intese, in generale, che lo studente si permetteva d'insultarla e pianse di collera.
II.
Tre anni dopo, un giorno, a tavola, don Cosimo Demartino chiese a sua figlia Cristina:
— Cristinella, lo conosci Giovannino Sticco?
— Il figliuolo di donna Marianna?
— Sì.
— L'avrò visto tre o quattro volte, quando veniva qui, che vi era ancora Ferdinando.
— Che te ne pare, Cristinella?
— Non saprei, papà.