— Come la foderate?
— Di seta azzurra: non mi avete consigliato così, l'altra sera?
— Grazie, Cristina. Resta inteso, dunque, che il salone da ricevere lo mobiliamo di giallo.
— Giallo, sì, Giovannino.
— Starà bene?
— Starà benissimo: non avete visto quello di Clemenza La Corte?
Alla domenica, dopo la messa, passeggiavano tutti insieme pel Corso Garibaldi, don Cosimo accanto alla madre di Giovannino Sticco, i due fidanzati innanzi, senza darsi il braccio, perchè non conviene. Cristina conservava la sua serenità; ma vedeva arrivare l'ora del matrimonio con un certo senso di emozione. Essa amava Giovannino, ora, con un'affezione calma e sicura: e sentiva di essere amata come voleva.
Un giorno, come usciva fuori la terrazza, per sciorinare certi corpetti del suo corredo, che le serve avevano lavato, udì, come in sogno, quel sibilo breve e dolce, dalla parte di casa Fiorillo. Era chiusa da due anni la casa Fiorillo, dopo che la madre di Peppino era morta, di tifo, a Napoli, una volta che era andata a vedere il figliuolo che non tornava più a Santa Maria. Ella trasalì, tremò, vedendo nel vano della finestra la faccia di Peppino Fiorillo. Si era lasciato crescere la barba, era più grasso, più scialbo, ma ella lo aveva riconosciuto subito. Scappò in camera sua, tutta la giornata non ebbe requie, sgridò le serve due o tre volte, senza ragione. Sarebbero ricominciati, ora, i tormenti, con questo stravagante che tornava così in mal punto? Come avrebbe fatto a liberarsene, di questo Peppino Fiorillo? Alla sera Giovannino Sticco la trovò inquieta e distratta.
— Che avete?