— Niente.
— Tu hai qualche cosa — mormorò Giovannino, dandole per la prima volta del tu.
— Ho mal di capo.
— Va a letto, ti farà bene.
— Vado, buonanotte — disse ella docilmente.
Non potette dormire. Aveva addosso una inquietudine come mai, una febbre che le ardeva il sangue. Mai aveva provato l'odio, ma ora lo provava, grande, fiero, per questo Peppino Fiorillo che riappariva come un fantasma, a guastarle la vita. Non lo aveva amato, non lo amava, con che ardire egli ritornava ad annoiarla? Già non ci aveva mai creduto e non ci credeva, all'amore di lui; tutte parole tutte chiacchiere, come si leggono dentro i libri e non sono vere. A che scopo ritornare, per affliggerla di nuovo? A che serviva torturarla? Invano cercò di recitare le orazioni per calmarsi. Non ci riusciva, il suo pensiero fisso la vinceva, le disordinava tutte le altre idee.
L'indomani Peppino le scrisse:
«Sono tornato per te, tu sola mi resti, perdonami questi anni di obblio, ti spiegherò tutto, ti amo più che mai».
Ella non rispose nulla. Ma la sera, quando Giovannino Sticco venne, stringendole la mano, sentì che bruciava.
— Hai la febbre, perchè non sei rimasta a letto?