— In casa vi era bisogno di me.

— Lo sai che è tornato Peppino Fiorillo? — chiese egli, senza dare nessuna importanza alla domanda.

— Lo so — e non battè palpebra.

— L'hai visto alla finestra?

— Sì.

— Si è molto mutato.

— Già.

Il giorno seguente, altro biglietto.

«Mi dicono che devi sposare quella bestia di Giovannino Sticco, il venditore di caramelle. Non è possibile. Rispondimi di no».

Rispondere, a quel pazzo? Che rispondere? Non aveva nulla da dirgli, come sempre, e temeva che qualunque risposta avrebbe peggiorato le cose. Forse si convincerà da sè, senza che io gli risponda — pensava, con la transazione abituale degli spiriti tranquilli, che rifuggono dalle grandi decisioni. Difatti, per tre o quattro giorni Peppino Fiorillo non scrisse più, non comparve alla finestra, i cristalli rimasero chiusi, ella non udì parlare di lui. Dunque si era convinto, non ci pensava più, aveva forse abbandonato la casa a Santa Maria per ritornarsene a Napoli. Sollevata da questo incubo, respirava, riprendeva la sua serenità, la sua attività. Si era nel gennaio: il matrimonio con Giovannino Sticco era fissato pel 20 aprile, giorno di Pasqua: bisognava affrettarsi pel corredo. Giusto mancavano ancora le sottane di mussolo dalla balza ricamata: ne avrebbe chiesto il modello a Clemenza La Corte che ne aveva delle bellissime. Mentre pensava questo, capitò Carmela con un biglietto di Peppino: Cristina, per solito così calma, impallidì di collera.