— No, Ciccinella cara.

— Ti ci fermerai più, con Peppino Fiorillo?

— Mi ha promesso un gelato, da Mola, per domani, quando esco con Michela, chè è domenica: ma se tu vuoi, non mi ci fermerò più.

— Te li darò io, i quattrini pel gelato. Se Carluccio si porta bene, la sorella sua lo accompagnerà a Napoli al collegio e gli regalerà una bella scatola di compassi...

— E dirai a papà che mi compri un orologetto d'argento, senza catena, capisci, con un laccettino nero?

— Glielo dirò: subito, a lavarsi le mani e i denti, via, soldatino. Non si viene a pranzo, così, come un sudicione.

Nella giornata, Cristina non ebbe più tempo di pensare a Peppino Fiorillo: Maddalena, la vedova di Stefano, e Carmela, la figlia di Graziella la portinaia, cucivano le camicie pel corredo di Carluccio ed ella doveva tagliarle e impuntirle. Questo le prese il pomeriggio: alle ventiquattro, tutte le donne di casa si riunirono in una stanza dove era un'immagine dell'Assunta e seguendo l'intonazione di zia Rosina, si recitò il rosario. Alla Salve regina Cristina s'inginocchiò e restò genuflessa per tutto il tempo della litania. Pregava per suo padre, per sua zia Rosina che era malata, per suo fratello Ferdinando che stava a Pietramelara, per la cognata Francesca che era incinta e soffriva molto, per Carluccio che era piccolino e doveva partire, e per sè poi, perchè il Signore le desse forza, salute e bontà di cuore. Nella serata, dal terzo piano discese il cancelliere, sua moglie e sua figlia, Irene, una zitella di trent'anni: il marito e la moglie giuocavano la partita a scopone in quattro, con zia Rosina e col padre di Cristina. Irene e Cristina lavoravano all'uncinetto certe stelle per coperta di letto, parlando sottovoce.

— Totonno mi ha ancora scritto, oggi — confidò Irene.

— Ah... e che dice?

— Che vuol dire? le solite cose. Senza denari, non se ne fa nulla. Egli mi ama, capisci, è disperato, non ci è da fare altro che aspettare la morte di suo padre.