Malgrado questo, la caccia continua, i cacciatori sono accaniti, pazienti, non si scoraggiano, non lasciano la traccia—la selvaggina non si trova, non ci è; è dileguata, scomparsa. E la sorte delle lettere, e l'arte? Mah!….. Dategliele queste lettere, quest'arte, e vediamo se quel caro pubblico dirà di no; ma, a conti fatti, bisogna persuadersene: per fare un libro ci vogliono due persone: l'autore ed il lettore. Nevvero, signor lettore? Nessuno mi risponde: ecco una caccia perduta.
ACACIA.
Acacia, amor platonico Linguaggio dei fiori.
Si vedevano in mezzo a molta gente, si scambiavano un saluto breve e distratto, sedevano sempre lontani. Fra loro non ci erano nè sguardi, nè sorrisi. Si conoscevano solo di nome, nulla avevano di comune. Egli, Renato, venuto dalla nativa Germania, diviso dai suoi cari, sotto l'affannoso ricordo di dolori recenti, era serio e grave per natural costume; e frequentava gli allegri ritrovi per non attirarsi la taccia di misantropo. Ella, Cherubina, una fanciulla umile e timida, slanciata nella società prima del tempo, afferrata dal vorticoso turbine del mondo, era piena di stordimenti e di paure. Alla sua delicata natura, alla squisita sensibilità del suo cuore, convenivano meglio la pace ed il silenzio della casa, ma le sue allegre e robuste sorelle se la trascinavano dappertutto; essa che le amava, non osava dire di no. Sibbene, ai balli, ai teatri, ai rumorosi divertimenti, in mezzo ai piaceri, ella portava i suoi occhioni sorpresi ed un volto che arrossiva alla minima emozione.
Ma Renato non sapeva di lei, lei nulla aveva indovinato di Renato—erano estranei. Il caso solo li riuniva nelle sale illuminate, ricche di fiori e di donne: il caso li faceva incontrare nelle vie, dove il mondo felice trascina il suo fasto; il caso solo si compiaceva mettere faccia a faccia la timida giovinetta ed il giovane serio e grave. Essi non si ricercavano.
* * *
Eppure, nel profondo segreto del cuore, Renato amava la fanciulla. Quel cuore che aveva tanto sofferto, in cui si erano scatenate le tempeste della passione e dell'ambizione, quel cuore che aveva palpitato e pianto, riuniva tutte le sue forze di affetto per amare Cherubina. Era un amore intelligente, cioè amore di uomo che ha già amato, amato con la mente, coi sensi, con l'anima e che finisce per riunire in una sola tutte queste espansioni. Era singolare: egli non aveva alcun desiderio di manifestarsi, non lo premeva l'ansia di conoscersi corrisposto. Forse era sicuro di non poter mai risvegliare un affetto simile al suo; forse, con una sublime astrazione, più che la persona, egli amava l'amore. Nelle lunghe veglie invernali, solo, nella sua camera, egli vedeva apparire il volto gentile della fanciulla; egli parlava a quel fantasma, a quel fantasma che egli solo poteva evocare, che era suo, che egli creava dal nulla. Ma la luce mattinale scacciava le ombre, il sognatore ridiventava uomo, e quando Renato rivedeva Cherubina, la Cherubina reale, poteva, senza dolore, non guardarla, non rivolgerle una parola: tutta la notte egli l'aveva adorata, le aveva bruciato l'incenso dell'amore. A che serviva la realtà? Nulla poteva dargli più dei suoi sogni, e forse poteva distruggerli. La fanciulla delle sue notti era una splendida immagine senza macchia e senza debolezze; mentre forse la vera creatura era una semplice e limitata donnina.
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La buona fanciulla che nulla sapeva di sogni e di visioni, che si lasciava condurre ai balli come un agnellino ubbidiente e che al ritorno, toltisi i fiori dai biondi capelli, mormorava le sue infantili preghiere, la buona fanciulla voleva bene a Renato. Però, siccome non era certa che l'amore fosse o no un peccato grave, così si teneva bene stretto il segreto nel piccolo cuore; si nascondeva, credendo far male; chinava i grandi occhi ed arrossiva più che mai. Invidiava la franchezza delle sorelle ed avrebbe voluto dirgli una parolina dolce; ma aveva tanta vergogna, tanta vergogna! Ci era in lei un indistinto sentimento di pudore, quasi che l'amore le completasse e le rivelasse il segreto della vita: certo non osava guardarlo. Non aveva più la mammina, quella cara mammina, al cui orecchio essa aveva mormorato tutti gli ingenui desiderii della infanzia; la mammina se n'era andata e la Cherubina non diceva nulla a nessuno; anzi tremava tutta al solo pensiero che egli comprendesse qualche cosa; e si sedeva in un angolo recondito, lontana dai pericoli.
Passò tanto tempo. Una sera—in un ballo—Cherubina era intenta a rialzare i petali dei suoi fiori, fiori che appassivano in mezzo ai lumi ed ai profumi artificiali; Renato, alle sue spalle, discorreva con un amico.