—Sai? parto—disse.
—Torni presto?
—Non so, non lo credo.
La fanciulla si morse il labbruccio e rimandò indietro le sue lagrime; ebbe il coraggio di non voltarsi e di continuare a gingillar co' suoi fiori; anzi provava un piacere acre in quella sofferenza. Certo, l'amore era un peccato e doveva subirne la penitenza.
Renato partì amandola. Non si dissero neppure addio. Essa pregò per lui; egli portava seco il suo diletto fantasma.
* * *
Due volte si rividero, due volte si lasciarono e gli anni scorrevano. La gioventù di entrambi declinava; le belle ore, le ore delle liete e serene speranze fuggivano per rientrare nel passato; essi passavano volta a volta per le tristi e gioconde vicende che sono di ogni uomo, essi vivevano e la gioventù moriva. Già i volti perdevano la freschezza, già il corso dei pensieri diventava meno tumultuoso, già la vita si faceva più lenta, più lenta. Ma rivedendosi, essi non si trovavano cangiati, perchè serbavano in cuore una eterna giovinezza ed apparivano l'uno all'altra come nei primi tempi del loro amore silenzioso. Avevano serbata la fede senza averla giurata, erano rimasti fedeli ad una idea; Cherubina, prima fanciulla, poi donna, non aveva conosciuto, non aveva nutrito che quel solo affetto, ed era quell'affetto che le faceva brillare gli occhi di una luce dolce e soave, era quell'affetto che rendeva così trasparente la sua pallidezza fino a farle mostrare l'anima, se fosse stato possibile. Portava in sè stessa un tesoro di slanci, di speranze, di aspirazioni; sentiva il cuore dilatarsi sotto la soverchia ricchezza di amore, ed intanto provava una compiacenza a tacere, a restarsene, come sempre, muta in un angolo recondito, calma in apparenza, ma vivendo di una alacrissima vita interna. E Renato immerso nelle ardenti lotte della scienza, consumato dalla sete dell'ambizione e del potere, nella parte di sè stesso più sconosciuta portava una immagine fresca e sorridente, una immagine che egli era sempre rifuggito dall'incarnare.
Ci fu un momento, un giorno, in cui si trovarono di fronte, soli, liberi, senza doveri. Avevano la pace nel volto, ma non nello spirito e l'amore si precipitava alle labbra, quasi ad una meta lungamente anelata. Ebbene, quel momento, quel giorno, essi rimasero freddi, muti, indifferenti. Non trovarono parole, non trovarono sguardi, non li aiutò nè raggio di sole nè profumo di fiori—la natura non voleva forse. Si lasciarono, ritornando ai loro sogni, pentendosi di quel momento in cui avevano arrischiato di perdere il loro tesoro, rivelandolo. Gli anni passarono—morirono.
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Costoro il pazzo mondo chiamerà pazzi e sorriderà della loro follia; ognuno che abbia il cosidetto buonsenso li dirà imbecilli e si stringerà nelle spalle per compassione. Eppure, io so che essi furono felici nel loro silenzio, più di molti altri che delirarono nelle ebbrezze di un amore confessato e corrisposto; e che uno dei loro sogni valse più che mille ardenti realtà. Io so che essi non soggiacquero alle volgarità della vita, e che, rispettosi, non circoscrissero il loro affetto in una cerchia gretta e meschina, dove lo avrebbero veduto morire di sazietà.