Rivide la moglie due o tre volte, di lontano: si salutarono come due persone che appena si conoscono, l'uno non cercava mai dell'altro; del resto essa faceva una vita molto solitaria, non frequentando mai i teatri e le feste, mentre egli si gittava a capofitto nei rumorosi divertimenti. Si trovavano di accordo in un solo punto: scrivere al padre come se nulla fosse stato; vale a dire notizie stereotipate. Per esempio, Guido scriveva: «Emma sta bene, credo che vi abbia scritto, vi saluta tanto, abbraccia sua zia.» Ed Emma: «Guido sta benissimo, è molto occupato, non potrà accompagnarmi ai bagni.» Così, reggeva, attaccata ad un sottil filo di seta, la felicità del signor Giorgianni.
Nel rivedersi, dopo quell'ultima e crudele giornata, marito e moglie furono molto turbati. Per venire in casa del marito, per vincere le sue esitanze, per assumere quel contegno gaio ed ironico, Emma aveva dovuto domare il suo orgoglio. Per mio padre, per mio padre! andava ella ripetendo per darsi coraggio, ma quello che l'aveva più sollevata fu la gentile freddezza di Guido. Il loro era stato un dialogo cortese, ossequioso, senza allusioni al passato od all'avvenire, salvo qualche frizzo leggiero: non ci erano stati tragicismi, recriminazioni; si erano comportati da persone savie, positive. E il domani?
Il domani sarebbe lo stesso: un po' di finzione, un po' di spirito, essere calmi, non tradirsi mai, celare l'inquietudine sotto il sorriso, dire una filza di bugie ufficiose, e riaccompagnato il papà alla stazione, farsi un grande saluto e dividersi: ognuno per la sua strada. Di conciliazione, nemmeno l'idea: Guido non avrebbe mai detto la prima parola, Emma non avrebbe mai perdonato.
Quindi ognuno, dal canto suo, aveva l'animo in pace.
III.
Avevano allora allora finito di pranzare, il signor Giorgianni sorrideva contento e beato, e i due attori si sforzavano di sorridere anch'essi. Ma tutto quello che era loro sembrato facile la sera innanzi, diventava difficilissimo al momento di eseguirlo. Dal mattino, dall'arrivo del padre che li aveva uniti in un abbraccio, erano costretti a darsi del tu, a chiamarsi per nome, ad usarsi quelle affettuose compitezze che sono di due sposi ancora innamorati: e per una parola, per una intonazione di voce, per un ricordo fuggevole del passato, Guido impallidiva, Emma arrossiva ed un imbarazzo visibile regnava fra loro.
Per quanto fossero disposti a tutto, per quanto avessero pensato agli equivoci che potevano sorgere, per quanto cercassero di dimenticare le loro personalità, pure la realtà sorgeva ad ogni istante e gettava lo scompiglio nel loro animo: era inutile, non potevano sopprimere la loro coscienza. Aggiungete il timore che per una lieve imprudenza andassero perduti tutti i loro lodevoli sforzi, e più lontano ancora l'idea vaga, ma persistente, che quella scena così rappresentata non dovesse creare fra loro qualche cosa di nuovo, d'inatteso.
Per le scale, mentre il Giorgianni saliva avanti, Emma rivolse un'occhiata desolata al marito, occhiata che significava:
—Come la dureremo sino a stasera?
E quegli di rimando uno sguardo espressivo: