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Resta il villaggio, perduto in una vallata o inerpicato sulla collina: il villaggio in cui ancora fortunatamente non è pervenuta la civiltà; il villaggio che ha le sue larghe strade maestre che si prolungano a vista d'occhio tra i filari degli alberi, che ha le sue viottole strette, intersecate, cinte dalle siepi di biancospino. Attorno ad esso è la campagna vera, vasta, sconfinata—prima la pianura, poi il bosco, la collina, la montagna; tutto fiorito, vegeto, sorridente, silenzioso; in esso le case modeste, umili, raccolte intorno alla chiesa e poi una più grandetta: è la vostra. Forme antiche e severe di mobili, finestre larghissime, stanze vuote di arredi e intanto piene di vita. Dappertutto regna la libertà: dormite pranzate, studiate quando volete, nessuno vi dirà nulla; quei contadini hanno poche curiosità: ignorano, ecco tutto. Che se andate a far visita, trovate la porta aperta ed i visi allegri, vi offrono dei frutti e dei fiori, i ragazzi vi parlano guardandovi in viso, talvolta mettono un dito in bocca: è sconveniente, ma è ingenuo. Le fanciulle portano il fiore alla camicia, la brocca in testa e vi salutano amichevolmente passando sotto la finestra—se andate alla sorgente le troverete lavando e accompagnando con la voce, lo sgorgo e la caduta lenta dell'acqua che nessuno ha pensato ad incanalare e che se ne va tranquilla per le sue faccende. La sera vedrete il tramonto sulla piazzuola e il crepuscolo vi sembrerà sempre meno triste che altrove; rientrerete contento in casa e là potrete leggere, scrivere, inabissarvi nella riflessione, nella rêverie: lo strido del grillo e le ultime voci della notte non potranno disturbarvi. Passerete un mese distratto, allegro, contento, felice. Poichè tutto questo rappresenta la pace, la serenità, il riposo, il lavoro proficuo, perchè fatto nella solitudine, la salute aiutata dall'aria pura, dal lungo esercizio del cammino—poichè tutto questo è bello buono, onesto—e poichè è la natura.
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Eppure ciò malgrado, anche nel villaggio, dopo un certo termine, vi incomincia a serpeggiare nelle ossa un qualche brivido di freddo, negli occhi avete un'ombra. Principiate a sentire quel desiderio vago, indefinito, indeterminato, ma fitto, assiduo, continuo, di qualche cosa che non sapete, che non trovate; e v'infastidite, v'irritate di non potervi sottrarre a questo stato dell'animo vostro. Ma che cosa è? Non è forse più così bella la campagna, così cara la pace che vi si gode? Siete voi che vi mutate, è l'antico uomo che fa capolino, è l'intelligenza che si sveglia come prima, è la memoria che si ridesta e con essa i soavi volti lasciati e i dolci amici e le gioconde abitudini ritornano alla mente. La città vi attrae, vi chiama, vi conquista. È un periodo che passa, un altro che ricomincia.
TRISTIA.
Per quella simpatia che ispira un visetto pallido e mezzo divorato da un par d'occhi grandi grandi—per quella attrazione che dispiega un corpicino gracile, esile, perduto nelle stoffe, pieno di dolci languori e di febbrili sussulti—per quella seduzione che esercita una fanciulla pensierosa, intelligente, ammalata e nervosa—per tutto questo e per altro ancora, Gemma era molto amata. Intorno a lei vivevano altre giovinette ridenti di bellezza e di salute; ma ella, senza fare neppure uno sforzo di civetteria, finiva per vincerle tutte. Dapprincipio destava interesse quella testina un po' curva sotto il peso dei bruni capelli; quello sguardo incerto, stanco, molto spesso smarrito; quella bocca così vivida in quel pallore così cereo; quell'aria di donna che abbia molto amato e molto vissuto in pochissimo tempo. Poi veniva la pietà: si sapeva che la fanciulla era infermiccia, minacciata da una lenta consunzione; che non aveva più nessuno, solo una zia affettuosissima; che era obbligata a vivere sei mesi in campagna sei sul mare, e non ballare mai, e cibarsi come si ciba un uccellino; che in chiesa ed in teatro aveva spesso degli svenimenti: chi non si sarebbe commosso davanti ad essa? Infine una sera, una mattina, un'ora qualunque, Gemma alzava i suoi neri occhi in fronte al suo ammiratore, talvolta si degnava di sorridergli, talvolta disprezzarlo; gli porgeva una manina lunga, candida, calda ed allora… allora bisognava inchinarsi, amare, adorare ciecamente quella fragile e bella creatura. Essa no, non amava; pare che non ne avesse la voglia o la forza; ed il sentimento più sviluppato in lei era un pretto egoismo, che le faceva accettare con una riconoscenza passiva tutte le premure, tutti gli omaggi, tutti gli affetti. Quando qualcuno la metteva sul soggetto dell'amore, essa scuoteva il capo con aria triste, dicendo: «Sto sempre così male, così male; come posso pensarci?» E nessuno osava più proseguire.
Andrea non gliene parlava mai; anzi egli si stimava molto felice che Gemma gli concedesse il solo permesso di amarla. Perchè era nella larga ed esuberante natura del giovane il bisogno d'innamorarsi, di voler bene a qualche cosa di piccolo e di delicato, di proteggere qualche cosa di debole; in lui ci era un po' del cavaliere errante, un po' del fanciullone, un po' dell'artista. Figuratevi un giovanotto alto, robusto, quasi un colosso, con un paio di spalle erculee, un collo di toro ed una testa energica, dalle linee nettamente accusate: una salute a tutta prova. Faceva lunghissime tappe a piedi, in cerca di un problematico tordo o di una volpe incognita e dopo molte ore di cammino ritornava a casa senza l'ombra della stanchezza; montava a cavallo per andar da un paese all'altro e mentre il cavallo si trascinava a stento, egli era fresco come una rosa, capacissimo di mettersi a ballare per una notte intiera. In lui niuna impressione facevano le notti vegliate, le intemperie della stagione, i lunghi viaggi, per mare e per terra: non era mai ammalato. Lo si trovava sempre pronto ad uno svago o ad un'opera buona, sempre ben disposto, mai annoiato, mai triste, incapace di alterarsi o di andare in collera. Non molto intelligente: ma gli aleggiava sul volto qualche cosa che era sorriso, riflesso, luce, un non so che di buono e di poetico. Sì, anche poetico: in quell'ercole moderno vi era la calma e straordinaria, poesia della forza e della bellezza fisica. La forma era piena, completa, armoniosa in lui, la linea grande e sviluppata, il disegno compiuto, l'ultimo tocco, lo svolgimento potente ed equilibrato di tutte le forze. Era una statua greca o romana perduta per la nostra razza mingherlina e sgagliardita: egli ne profittava per essere buono, molto buono.
Un cuore largo, largo: credo di averlo detto. Non poteva sentir piangere una donna o veder percuotere un bambino, non poteva sentir raccontare di miserie, di afflizioni, di morti: diventava rosso e pareva che volesse morir soffocato. In verità era il suo cuore ingenuo che si sollevava contro le ingiustizie e le sventure, era la sua ricca natura che sorgeva per istinto e lo spingeva a mettersi dalla parte dei deboli. Per questo fatalmente s'innamorò della Gemma: egli che stava tanto bene, aveva una grande compassione di lei, che passava dalla febbre all'emicrania e da questa al raffreddore; egli che, postosi in letto, si addormentava sul momento, aveva pietà delle lunghe ed agitate insonnie della fanciulla. Un giorno, vedendola melanconica, le chiese se si sentisse più male:
—Al solito,—rispose lei, con voce breve:—finirò per morirne e nessuno mi avrà amata!
A queste parole il buon Andrea provò un grande rimescolìo: ma l'anima sua n'era andata da Gemma, per farle atto di servitù. Così quel grande cuore divenne un giocherello nelle manine di Gemma, che si compiaceva a farne tutto quello che voleva. Il fiero e robusto garzone, dalla tempra indomabile, si piegò a tutte le delicatezze, a tutte le finezze, a tutti i capricci della sua fanciulla, curvò la sua fibra, diventò per lei una dama, anzi una madre. Fu visto impallidire e arrossire ad ogni cenno di Gemma; chiederle ogni momento della sua salute e dopo vergognarsene e domandarle scusa pel fastidio; guardarla negli occhi per indovinarne i desiderii e rivoluzionare il mondo per soddisfarli; correr dietro al medico ed interrogarlo ansioso e confessargli che tutta la sua vita, tutta la sua felicità era riposta in quella giovinetta inferma! Egli avrebbe dovuto vivere sempre all'aria aperta, in mezzo alla luce: eppure nelle lunghe nevralgie di Gemma, passava le giornate intiere in una camera chiusa, semi-scura, non osando muoversi dalla sua sedia per timore di disturbarla, non osando parlare, respirando un'aria carica del sottile odore dell'etere, soffocando anche i sospiri. Qualche volta, dopo averla lasciata bene ed essersene tornato a casa, gli sorgeva il dubbio che ella fosse ammalata; allora usciva di nuovo ed andava a passeggiare sotto le finestre di lei, contento di vedere che tutto era quieto e silenzioso e che non si mandava pel medico. In ricompensa non voleva nulla, nulla—e se Gemma gli diceva con la sua voce languida ed insinuante: «Come siete buono, Andrea!» egli diventava matto dal piacere, gli scintillavano gli occhi e nell'impeto della riconoscenza si sarebbe prostrato, per sentire sul suo capo il piedino vittorioso della fanciulla.