Ma non sempre costei era umana con lui; gli intervalli di dolcezza erano brevi e rari. Quando Gemma si sentiva meglio, nei bei giorni di primavera, essa si dilettava di quelle premure, di quei sacrifizii, anzi si può dire che cercasse quell'anima sempre fedele, quel cuore sempre sicuro; giungeva sino a domandarsi se Andrea non meritasse di esser amato. Erano i giorni lieti del giovanotto, che si accorgeva subito della buona disposizione: giorni lieti, ma così pochi e scontati dopo così caramente. Per una lieve cagione, per un cielo piovoso, per un capriccio, per un nastro, Gemma ripiombava nella sua noia, nella sua irritazione: i suoi diavoli neri la prendevano pei capelli, ed ella si sfogava, tormentando tutto il mondo. Andrea sopportava, senza mormorare, le parolette amare, gli sgarbi, i lamenti di Gemma: soffriva, soffriva tanto, ma non le rispondeva una parola; lasciava correre la tempesta, chinando il capo, senza sognare neppure d'irritarsi contro la fanciulla. Non ci sarebbe mancato altro! Era invece lei che s'indispettiva di quella rassegnazione; un'ombra nera le passava sulla fronte, le labbra diventavano sottili sottili, stringeva le mani…. dopo, ridiventava sarcastica e volgendogli uno sguardo freddo, gli diceva:

—Avete troppa salute: è una ingiustizia per chi non ne ha.

Povero Andrea, che avrebbe voluto morire mille volte di seguito per lei! Ma essa continuava spietata: gli diceva che sarebbe morta, che l'avrebbero messa giù nella terra nera, dove il sole non entra, e che allora tutti sarebbero rimasti contenti per essersi sbarazzati di lei. A lui venivano le lagrime negli occhi e le rimandava indietro; talvolta doveva alzarsi ed uscir fuori, tanto era grande la tortura che Gemma gli infliggeva. Una sera, una brutta sera essa arrivò fino a dirgli che aveva il presentimento di esser seppellita viva, in uno dei suoi prolungati deliquii: egli sognò per tre notti questo caso orribile. Insomma era una vita crucciata, vita di angosce e di paure, in una continua ansietà del peggio; eppure per questi dolori, per queste torture sempre nuove, l'amore di lui aumentava e dal contrasto traeva novello vigore.

Gemma era ingrata ed ingiusta con lui; essa stessa lo riconosceva nei suoi buoni momenti. Dacchè Andrea l'amava, la salute di lei migliorava, le crisi nervose erano più miti, quasi quasi un po' di sangue cominciava a rifluire nelle vene impoverite. Quando egli compariva, per influsso benefico, essa si sentiva sollevata e sicura, le sembrava di avere un'egida, un'àncora di salvezza. Quell'ambiente di affetto, di adorazione, d'idolatria di cui egli la circondava, esercitava un'azione vivificante sul suo gracile organismo. Non aveva più paura dell'avvenire, dell'ignoto, della morte, della terra nera: non era egli là, pronto a salvarla da tutto questo? Fra lei e la sventura s'interponeva Andrea; fra lei e la felicità Andrea sarebbe stato intermediario. Egli doveva pensarci, era il suo compito, il suo dovere, la sua consegna.

Ahimè! il soldato dovè deporre la sua arme, dovè lasciare il posto. Il povero Andrea fu preso da una febbre violenta come ne patiscono solo le tempre forti; il giorno seguente il tifo era dichiarato, e nel delirio egli esclamava: «Non fate venire Gemma, non la fate venire!» E poi aggiungeva raccomandazioni, che le badassero, che non la trascurassero, non la facessero uscire con quel cattivo tempo. In capo al fatale nono giorno, egli aprì gli occhi, disse con voce fioca: «Povera, povera Gemma» e se ne morì.

Alla fanciulla ne parlarono poi, con molta precauzione, a gradi, cercando di non affliggerla: lei non rispose nulla, non pianse. Ma la notte si sentì sola, ebbe freddo, ebbe paura e le parve trovarsi senza difesa, in preda a mille pericoli. Volle distrarsi, cercò di farlo, vi riuscì per poco. Pure pensava spesso a quell'onesto e bravo garzone che le aveva voluto tanto bene e che essa aveva tanto mal ricambiato: e per una strana bizzarria d'inferma si pose ad amare quel morto. Come avrebbe voluto rivederlo un sol momento per domandargli perdono! Come si sentiva piccola e meschina davanti a quell'uomo che essa aveva torturato a fuoco lento, sorridendo delle sue lagrime! Come era pentita ed umiliata, come era stata cattiva! L'inverno fu lungo, lungo; Gemma tornò ad ammalarsi; nelle notti della febbre chiamò Andrea ed egli non rispose: eppure quante cose gli avrebbe voluto dire! La fanciulla diventò sempre più magra, sempre più esile; esaltata dalla sua postuma passione, aspettava sempre. Ma egli non venne più ed essa nella primavera pensò di andare a raggiungerlo.

LETTERA APERTA.

Al signor VESUVIO, di professione VULCANO, strada fra Napoli e Salerno, casa propria—ultimo piano.

Carissimo amico,

A momenti sono diciotto anni che ci conosciamo, e l'esserci visti quasi ogni giorno dalla via Santa Brigida, da Santa Lucia e dalla Villa, ha stabilito fra noi due una cordiale intimità. Gli è per questo che ho deliberato di scriverti questa letterina, proponendomi di dirti la verità. Qui tu farai il viso della meraviglia: ma, sicuro, la verità. Ai tempi in cui siamo, lo sconvolgimento sociale è tale che una donna è fin capace di dire la verità ed un editore è capacissimo di stampargliela!