Ma l'interruzione subitanea delle antiche abitudini, l'impulso di vita giunto all'improvviso, l'attività esagerata delle facoltà sinallora represse, l'esuberanza della forza che si espandeva, tutto questo nuovo rivoluzionava il fisico ed il morale di Silvia. Il sistema nervoso per tanto tempo atonizzati, divennero di una sensibilità squisita: una parola dura, una piccola difficoltà, un nodo nel vestito la facevano sussultare. Le sensazioni si erano perfezionate, raffinate; i suoi gusti erano diventati molto difficili, era stata presa da una grande passione pel caffè e pei profumi, e l'impeto della sua vita si era raddoppiato. Piangeva volentieri, silenziosamente, senza singhiozzi, senza alcuna dolorosa contrazione delle labbra; talvolta per un nonnulla dava in iscoppi di riso convulso inestinguibile; ora desiderava starsene sola per le settimane intiere, contenta della solitudine; ora si chiamava tutti dattorno per essere in compagnia. Una fiamma continua le imporporava le gote, una fiamma che la consumava nel suo ardore; i polsi batteano frequenti, il corpo si dimagrava, le mani si assottiglivano: un giorno l'anello del matrimonio le scivolò dal dito anulare e non si potette più ritrovare. Le serve ne mormorarono come di cattivo augurio, ma Silvia non lo intese; essa anelava al termine prefisso, corrosa dalla febbre, sempre più esaltata, coi nervi oscillanti e l'anima beata.

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Nella camera dell'ammalata tutto taceva, nelle altre camere si camminava in punta di piedi e visi contristati si scambiavano occhiate più tristi ancora; il martello della porta era foderato di lana nella strada, avevano sparso la paglia, alcune visite erano state licenziate in fretta. Presso il letto della inferma vegliava solo il vecchio padre: quando il medico gli aveva detto che Silvia era perduta e con lei il bambino, il suo egoismo aveva ricevuto un colpo formidabile, qualche cosa di aspro gli ricercò il cuore ed era il rimorso. Egli impallidiva e tremava pensando per quanto tempo aveva trascurata la figlia, egli si chiedeva la misura del dolore che le aveva inflitto con la sua indifferenza; non le aveva mai dato un bacio, mai detto una parola buona, era stato per lei un estraneo. Ora essa, avvelenata da quella crudele noncuranza, moriva.

Silvia dormiva di un sonno affannoso ed irregolare, coi lineamenti contratti, col viso diminuito, quasi divorato dalla lotta combattuta; balbettava ancora qualche frase del suo delirio. Troppo tardi era venuta la vita, troppo tardi ella era stata madre—il suo organismo già vecchio, già disseccato, si era infranto in quella pruova.

—Papà, lasciamelo vedere ancora—disse lei con voce fioca, risvegliandosi.

Il padre si scosse, prese dalla culla il piccino e glielo portò. Era una creaturina debole e fragile dagli occhi semispenti, dalle manine gelate. Silvia mise un bacio leggiero sulla piccola fronte.

—Papà!—chiamò dopo un momento di silenzio la figliuola.

—Silvia?

—Dimmi: la mamma, la mamma mia era molto dispiacente di morire?

—Non funestarti con queste idee, figlia mia…