Ma la bimba non voleva lasciarlo, gridava, gridava, glielo aveva dato il suo papà, quel cappellino col pomo tricolore. Infine, i viveri cominciando a mancare, i soldati diventarono più rabbiosi e chiesero quattrini: il maggiore portò la imbasciata a don Ottaviano. Costui un giorno dette ai soldati trenta ducati messi da parte per le feste di Natale: ma di notte, aiutato dalla cognata donna Cariclea, dalla zia Rachele [pg!72] e dalla serva Ottavia, seppellì in un angolo dell'orto, il tesoro della Madonna, collane di oro, anelli, orecchini, ex-voto di argento, pissidi, calici, candelabri, altri arredi sacri. L'altare famigliare, che era nel grande salone di famiglia, dedicato alla Vergine, restò spoglio di ogni ornamento. Il seppellimento fu fatto misteriosamente:

— Benedetto, benedetto! — diceva don Ottaviano, baciando piamente ogni arnese sacro, prima di sotterrarlo.

E singhiozzava, il povero prete.

Poi dette ai soldati altri venti ducati, che erano una dote da estrarsi, il primo di [pg!73] novembre, per far maritare una zitella del paese: ma non bastarono. Donna Cariclea dette loro venti marenghi che il marito le aveva lasciati; ma non bastarono. Zia Rachele dette a questi svizzeri furiosi quindici ducati di economie fatte, in molti anni, a grano a grano; ma non bastarono. Ottavia, la serva, aveva diciotto carlini: li dette. In breve, nel palazzo non ci fu più un soldo, nè un pizzico di farina, nè una goccia di vino. Gli ufficiali svizzeri si vergognavano: specialmente il maggiore, che era una persona assai gentile, chinava il capo, offeso nel suo orgoglio di [pg!74] militare. Ora i soldati volevano il tesoro della Madonna: lo volevano giuocare a carte.

— La Madonna non ha tesoro — diceva don Ottaviano: — ditelo voi, donna Cariclea.

— La Madonna non ha tesoro — ripeteva la coraggiosa signora.

Il maggiore andava e veniva, parlamentando fra i soldati e la famiglia.

— Se non ci danno il tesoro ammazziamo la bimba — mandavano a dire i soldati.

— Raccomandiamoci alla Vergine, cognata mia — mormorava il prete.

Così, prevedendo imminente la morte, tutta la famiglia [pg!75] si raccolse nello stanzone, innanzi all'altare denudato, e si mise a pregare. Don Ottaviano aveva vestito i paramenti sacri e stava inginocchiato sui gradini dell'altare. Era una settimana, dieci giorni di accampamento: nessuna notizia, nessun soccorso. Ora l'umore degli svizzeri era cambiato. Chiedevano un banchetto: volevano che nel cortile s'imbandisse una grande mensa, volevano i gnocchi, se no, mettevano fuoco alla casa. Il parroco giurava di non aver nulla, nulla da dare, neppure un tozzo di pane, il maggiore con le lacrime agli occhi lo scongiurava, che cercasse, [pg!76] che mandasse, per pietà della vita di tutte quelle donne, vecchie e giovani. Furono spediti corrieri a Carinoia, a Casale, a Cascano, per trovar farina. Ma intanto i soldati andarono nella legnaia, ne cavaron fuori tutte le fascine e le disposero attorno alle mura del palazzo. I corrieri che erano andati per farina tardarono assai: forse erano stati arrestati, forse erano morti. Un mormorio crescente saliva dal grande cortile. Nel salone le donne dicevano le litanie, salmodiando. L'ora passava lenta.