— Viva Francesco II! — gridò una voce affannosa.

— Viva, viva! — urlarono i soldati.

Era una staffetta: un soldato pallido e grondante sudore. Chiese del colonnello, del maggiore, di un capo; non aveva che due parole da dirgli. Il maggiore alto e biondo, il colosso affettuoso e fiero accorse; la staffetta si rizzò, gli parlò all'orecchio. Il maggiore restò imperterrito, assentì col capo; la staffetta [pg!80] ripartì, precipitosamente. Il maggiore salì sul terrazzino interno che dava sul cortile, fece suonare la tromba, due volte.

— Soldati — disse con voce tonante — abbiamo innanzi a noi Garibaldi, alle spalle arriva Vittorio Emanuele. Facciamo il nostro dovere. Viva Francesco II!

— Viva! — disse qualche voce.

E lentamente si misero in tenuta di partire. Andavano fiacchi, lenti, molli, attaccandosi la giberna, visitando i fucili: e il maggior loro dolore, per quei mercenari brutali, era di non poter banchettare, di non poter mangiare [pg!81] i gnocchi che le povere serve facevano in cucina. Gli ufficiali andavano, venivano, gridavano; ma inutilmente.

— Consolatevi, signora — disse il maggiore a donna Cariclea, entrando nel salone — ora vengono i Garibaldini.

Ella non osò consolarsi. Stringeva la piccolina sul petto e non parlava. Il parroco non levava la testa.

— Addio, Signora, non ci vedremo più — disse il maggiore. — Noi andiamo alla morte.

E non tremava la sua voce. Uscì, si pose alla testa dei soldati, marziale, bellissimo a cavallo, camminando [pg!82] serenamente alla battaglia; dietro di lui i soldati svizzeri andavano, come pecore, stretti stretti, taciturni, torvi. Nessuno osò levare la voce, nel palazzo deserto, devastato; per un'ora tutti tacquero, innanzi all'altare, subendo ancora l'incubo di quell'assedio.