Quando la fanciulla ritornò, egli ricominciò il suo discorso.
--.... anche l'amore è una cosa volgare e comune. Noi lo poetizziamo, per orgoglio, per fingerci esseri superiori. L'amore non mantiene una sola delle promesse che fa. L'amore è inutile.
--È vero--disse lei per la terza volta.
Nella notte rigida d'inverno lo scoglio altissimo si rizza, tutto nero. È a picco, tagliato nettamente come con un colpo di accetta gigantesca. Il suo capo di roccia pare debba essere abitato appena dall'aquila. Niuna luce vi fa piovere lo scintillío delle stelle che paiono di acciaio tersissimo. Non un albero, non una pianticella, non un filo d'erba. Roccia angolosa, arida, dura, quasi livida di collera. Silenzio profondo, il silenzio delle altitudini. Sotto, l'Jonio rumoreggia, si rompe contro la parete dello scoglio. La fanciulla compare. Non si affretta, non va lenta; il suo passo ritmico nulla ha d'incerto. Non piange, non singhiozza. Giunta sul picco, sulla breve piattaforma si ferma, guarda giù, lungamente, quasi ascoltando. Per un momento le braccia si levano al cielo, come una bestemmia, come una minaccia, disperate. Poi si scioglie i bei capelli biondi, guarda l'Jonio bruno e si butta giù.
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O mamma cara, come si chiamava Santa Maura in greco antico?
--Leucade.
--Leucade di Saffo, mamma?
--Leucade di Saffo.