E lentamente si misero in tenuta di partire. Andavano fiacchi, lenti, molli, attaccandosi la giberna, visitando i fucili: e il maggior loro dolore, per quei mercenari brutali, era di non poter banchettare, di non poter mangiare gli gnocchi che le povere serve facevano in cucina. Gli ufficiali andavano, venivano, gridavano: ma inutilmente.

--Consolatevi, signora--disse il maggiore a donna Cariclea, entrando nel salone--ora vengono i Garibaldini.

Ella non osò consolarsi. Stringeva la piccolina sul petto e non parlava. Il parroco non levava la testa.

--Addio, signora, non ci vedremo più--disse il maggiore.--Noi andiamo alla morte.

E non tremava la sua voce. Uscì, si pose alla testa dei soldati, marziale, bellissimo a cavallo, camminando serenamente alla battaglia: dietro di lui i soldati svizzeri andavano, come pecore, stretti stretti, taciturni, torvi. Nessuno osò levare la voce, nel palazzo deserto, devastato: per un'ora tutti tacquero, innanzi all'altare, subendo ancora l'incubo di quell'assedio.

--Ora vengono i Garibaldini--disse, a un tratto, la bambina.

E vennero. Portavano la camicia rossa, ma erano coperti di polvere, con le scarpe rotte, stanchi, sfiniti: volevano bere, volevano mangiare, non ne potevano più.

--Che daremo loro?--diceva don Ottaviano, disperandosi.

I Garibaldini non credevano che non ci fosse nulla. Erano una quarantina, estenuati: avevano trovato la devastazione dappertutto. Dappertutto i Borbonici avevano mangiato tutto, bevuto tutto, non vi era più nulla; come potevano dunque battersi? Un ufficiale, buonissimo, parlamentava con donna Cariclea e col parroco: e era inutile, non vi era nulla, nulla. Ma un clamore venne dal cortile: i Garibaldini avevano scoperto la cucina e il caldaione degli gnocchi.

--Ah, Borbonici, canaglia! Avevate da mangiare e ce lo negavate! Borbonici della malora, che vi porti via il diavolo!