--Mi ucciderebbero con lei, signora,

--Che Dio ci assista dunque--mormorò donna Clariclea.

E Dio li assistette. Un corriere da Cascano ritornò. Portava farina: poca, insufficiente, ma ne portava. Così le serve lasciaron di pregare e scesero in cucina, a fare gli gnocchi per i soldati. Ma i soldati non vollero togliere le fascine: e la morte parve solo ritardata di qualche ora: si capiva che dopo il banchetto i soldati sarebbero diventati più feroci: non avrebbero conosciuto più ragione. Essi, nel cortile, tumultuavano: le povere serve, in cucina, manipolavano la pasta, instupidite: su, nello stanzone, il parroco aveva confessato e dato l'assoluzione a tutti i suoi parenti. La piccolina di donna Cariclea spalancava gli occhi, spaventata: ma non piangeva.

A un tratto, il pesante martello del portone risuonò, tre volte, sonoramente. Un silenzio profondo. Ma nessuno aprì. Tre altri colpi: e il battito del piede ferrato di un cavallo risuonò, innanzi al portone.

--Chi va là?--chiese la sentinella, senz'aprire.

--Viva Francesco II!--gridò una voce affannosa.

--Viva, viva!--urlarono i soldati.

Era una staffetta: un soldato pallido e grondante sudore. Chiese del colonnello, del maggiore, di un capo: non aveva che due parole da dirgli. Il maggiore alto e biondo, il colosseo affettuoso e fiero, accorse: la staffetta si rizzò, gli parlò all'orecchio. Il maggiore restò imperterrito, assentì col capo: la staffetta ripartì, precipitosamente. Il maggiore salì sul terrazzino interno che dava sul cortile, fece suonare la tromba, due volte:

--Soldati--disse, con voce tonante--abbiamo innanzi a noi Garibaldi, alle spalle arriva Vittorio Emanuele. Facciamo il nostro dovere. Viva Francesco II!

--Viva--disse qualche voce.