Egli uscì. Donna Cariclea lo sentì scambiare una parola con Peppino che l'aspettava pazientemente, seduto nell'ombra dello stanzone: udì lo scricchiolio della scala sotto quel corpo pesante: udì i due passi quasi allontanarsi. Allora si accostò al letto della sua piccolina, si curvò su lei.
--Pensa che questo sia un sogno, Caterina: dimentica, dimentica tutto, piccolina mia.
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Ma Caterina non ha potuto dimenticare.
Delfina.
Sotto la luce concentrata della lampada, la zia Angiolina leggeva: ogni tanto s'interrompeva, scambiava qualche parola con Cecilia e ripigliava la lettura. La stanza rimaneva quasi tutta nell'ombra; non un soffio d'aria entrava dalla finestra aperta, il luglio portava queste serate soffocanti. Sull'ampia tavola, coperta da un tappeto verde, stavano mucchi di biancheria, pile cascanti da tutte le parti, per soverchia altezza. Un grande armadio, in fondo alla parete, era spalancato--nella penombra, appena appena si distinguevano gli scaffali quasi vuoti. Presso la tavola, un cassone largo ed alto, di legno chiaro, col coperchio sollevato, foderato di tela gialla, inghiottiva la biancheria che Cecilia vi riponeva, togliendola dall'armadio, dalla tavola, dalle sedie dove era sparsa. Cecilia andava e veniva, prestamente, svelta sui tacchettini minuti, uscendo, ritornando, senza fermarsi mai.
--Ti stanchi?--chiese zia Angiolina, presa da un rimorso, lasciando il suo romanzo.
--No, no.
--Neppure io mi stancava.... allora....--mormorò la zia, con la sua posa malinconica e la voce strascicata che usava quando parlava di altri tempi.