--Dove la trovo questa poesia? Io non ne so nulla. Sono una sciocca; sono disperata, zia. Tu mi farai morire, zia.

Una desolazione quasi infantile le si dipingeva nel volto giovanetto. Zia Angiolina se ne stava tutta preoccupata, come se si desolasse anche lei pel romanzo della sua immaginazione.

--Zia, zia, dove metterò i gioielli?

--Nella cassetta di cuoio nero.

--Potrò ora portare quanti anelli mi piacciono? Ne avrò all'anulare, al medio, al mignolo; potrò finalmente avere gli orecchini di brillanti.

E Cecilia rimase rapita, con una luce negli occhi. La cassa era piena, sgombra la tavola, sgombre le sedie, tutto a posto. Pure ella non chiuse subito la cassa, restò a fissare il coperchio, quasi smemorata, quasi cercasse ricordarsi qualche cosa. Girò così, due o tre volte, per la grande sala, frugando con lo sguardo negli angoli oscuri: ritornò e d'un colpo solo abbassò il coperchio, chiuse le serrature con le chiavicine. Le tremarono le mani. Venne verso sua zia, pallida, e con la voce incerta, le disse:

--O zia, o zia, io me ne vado domani!

Nelle braccia l'una dell'altra piansero. Si sciolsero dinanzi alla svelta e leggiadra figura di giovanetta, vestita di lana bianca, che era apparsa alle loro spalle, lasciando il vano del balcone. Restarono un po' confuse, un po' mortificate.

--Delfina, tu devi trovare tutto questo supremamente ridicolo--mormorò Cecilia.

No, ella non rispose. Ma alla stanchezza dell'occhio bruno, alla piega ironica della bocca purissima, a tutta l'espressione di noia che deturpava quel viso giovanile, si vedeva che ella trovava tutto ciò supremamente ridicolo.