--A far che?
--Quello che tutti fanno.
--No. Me ne vado a giuocare al Circolo.
--Questo vi distrae?
--Punto. Tutto è inutile, tutto. Buona sera, contessa Mormile.
--Buona sera, duca Sanseverino.
Nel meriggio di settembre tutto taceva. Nella campagna attorno era un grande silenzio. Ogni tanto, di lontano, s'udiva il rumore di una carrozza che passava sulla strada maestra. Nel pianterreno della villa un paio di servitori dormivano sulle panche dell'anticamera, una cameriera agucchiava presso una finestra, un guattero strofinava silenziosamente l'argenteria in cucina. La contessa Laura non amava il fracasso in campagna. Ella stessa stava nel suo salone favorito, che era un po' salone, un po' veranda e un po' serra, dove le tendine moderavano la luce, il ponente soffiava amabilmente, uno zampillo d'acqua rinfrescava l'aria, e i fiori d'autunno appagavano l'occhio. La contessa vestita di casimira bianca, coperta di merletti bianchi, adorna di rose bianche sul seno e nei capelli, si dondolava in una poltroncina americana.
--... Voleva dirvi, Sanseverino--continuò con la sua voce seducente e molle--che rimarrò a Capodimonte sino alla fine di ottobre.
--Così tardi? Eppure voi non amate la campagna, non l'avete mai amata.