--L'ora viene, l'ora viene--mormorava lui, affogato dalla dolcezza.

Insensibilmente e senza che niuno comprendesse intorno, il giorno veniva. Poteva il duca essere più villano, più brutale, buttare il suo nome dietro le donne più volgari: questo non valeva a nulla. Era per l'amore che Emma amava Luciano, non per la vendetta, non per la rappresaglia. Lei non si scusava, lei non buttava la colpa sugli altri, lei si dava perchè voleva darsi, perchè amava, perchè l'amare le pareva la più alta, la migliore cosa della vita. Poteva la duchessa essere fredda, severa, rigida per Luciano, egli non ne soffriva: l'amava, sentiva di essere amato, doveva essere amato.

Era un martedì notte, in un ballo. Vedendosi, di lontano, provarono la medesima sensazione: che l'ora era giunta. Lui si accostò quasi per interrogarla, levandole gli occhi in viso. Lei non chinò i suoi e tranquillamente ad alta voce gli disse:

--Domenica, da me. Alle due.

Un inchino, un saluto; più altro.

Quattro giorni fra il martedì e la domenica, quattro giorni lunghi, eterni, febbrili, deliranti, in cui ad ogni minuto la duchessa Emma si pentiva di quel convegno, decideva di fuggire, si vestiva, poi ristava indebolita, vinta, incapace di rinunciare all'amore. Quando vide partire suo marito per Nizza--una fatalità--volle gridargli di restare, di salvarla, gridarlo a lui, al selvaggio, all'indegno gentiluomo, al marito traditore. N'ebbe disgusto, una nausea tutta fisica, una ripulsione invincibile di donna--fatta sacra da un forte amore. Ella andava su e giù per la casa, come una tigre che ha la febbre, rodendosi, non potendo piangere, non potendo singhiozzare--cadendo poi, per esaurimento, in un torpore dolce, come se si acquietasse un dolore nel sonno, come se la ferita non sanguinasse più. No, non era il mondo esteriore: lei non lo vedeva più. Era il suo spirito sussultante e trabalzante, era dentro sè, era nel cuore, era nel cervello, era nei nervi il tormento volubile che pigliava tutte le forme, dal grave dolore all'acutissimo piacere. Oh la notte tempestosa dal sabato alla domenica, le preghiere alla Madonna, le disperazioni, i subitanei abbandoni, tutto il suo essere che chiamava Luciano e lo respingeva, che malediceva l'amore e adorava l'amore, che trasaliva, fremeva, si scuoteva, tremava nel delirio. Poi, infine, una spossatezza, un'attesa calma--la reddizione.

Alle due il trasalto feroce. Egli veniva. O amore, o amore, o amore!

Dalle due, alle tre, alle sette, a mezzanotte, egli non venne. Non venne più, non venne. Lei fredda nella sua follia, automaticamente, prendendosi la testa fra le mani per poter pensare, diventata di sasso, gli scrisse queste parole:

"Si manca al primo appuntamento solo per la morte".