Infatti egli era morto; all'una, nella sua stanza da letto, mentre prendeva i guanti per uscire. Avea una gardenia all'occhiello. Da tre o quattro giorni era inquieto, agitatissimo. Un mal di cuore, una vena rotta, poichè avevano trovato del sangue sul tappeto, dove era lungo disteso. Questo lo lesse nel giornale, la Duchessa.
Così lei non ama più, non può amare più. Lei vive, ma portando quella sconosciuta tragedia in sè; lei prega, sconvolta da quella morte che sembra un castigo di Dio. E forse più infelice, più sciagurata ancora, lei ama sacrilegamente quel morto, e vive nel desiderio profondo di quell'amore, di quei baci, di quel primo appuntamento, di quel peccato che la morte le ha tolto.
Sconosciuto.
Nell'oscurità della notte fiammeggiava nella stanza il fuoco del caminetto. Ogni tanto una mano bianca si coloriva di fiamma attizzando lentamente il fuoco. Le tre fanciulle tacevano, prese da un pensiero. Ognuna di esse s'immaginava di essere sola, in un ambiente vago e indefinito, senza nozioni di spazio, senza nozioni di tempo. Quando il crepuscolo era cresciuto, avevano sentito il bisogno di tacere, di raccogliersi. L'una abbandonata sulla poltroncina, col capo riverso sulla spalliera, con gli occhi chiusi, pareva dormisse; l'altra tutta ravvolta in uno scialle, raggomitolata nella poltrona, aveva il capo abbassato sul petto; la terza coi piedini sugli alari si chinava macchinalmente ad avvivare il fuoco. Non si vedeva se fossero bionde, brune, belle, brutte, robuste, ammalate: nulla si vedeva, se non il basso delle gonne che si tingeva di colori falsi alla luce del caminetto. Scomparsa ogni traccia di età, di condizione, di nome. Erano ombre nell'ombra.
Dopo un'ora di silenzio una di esse parlò. Non si dirigeva ad alcuno, parlava verso le tenebre. Aveva una voce debole, ogni tanto più affievolita da una corrente di tenerezza.
--Egli m'ama. Lo conobbi singolarmente in un ospedale di bambini, una casa tutta candida di marmi e di sorrisi infantili. Nella chiesetta serena pregavano dame, signori, fanciulli: due bambini prendevano la prima comunione. Lui aveva chinato il capo. Non so se pregasse: ma guardandolo fiso, vidi bene che le sue labbra si agitavano. La sua testa bionda e serafica, in quell'atto riverente, acquistava soavità. Egli mi guardava coi suoi occhi azzurri, di un azzurro smaltato e chiaro: io mi sentiva tutta inondata dalla dolcezza di quello sguardo. Non era peccato quello che commettevamo. Io pregava il Dio in cui egli credeva: noi ci effondevamo nei tranquilli trasporti dello stesso amore divino. Quando la Messa fu finita, egli salutò profondamente l'altare, poi me: uscì. Dopo, nel giorno della Madonna, un lucido e bel giorno io ho ricevuto a casa un mazzo di fiori, mughetti e gigli, una meraviglia di candore. Io ho mandato a lui il mio rosaio di legno di sandal, i cui granelli, sotto lo stropiccio delle dita, sprigionano un profumo acutamente mistico. Ci vediamo sempre, la domenica, al vespro nella chiesa dei Gerolomini. Egli mi aspetta alla porta e con le dita tremanti mi offre l'acqua benedetta; insieme facciamo il segno della croce. Siede un po' lontano da me, ma ci guardiamo spesso. Dio sicuramente non si offende di questo amore che è puro. L'atto di adorazione, che nel mio libro è un vero inno poetico, lo leggo prima io, poi passo il libro a lui perchè legga. Usciamo insieme, non ci parliamo. Fino a casa mi accompagna, senza darmi il braccio. Stringe appena la mia mano nel licenziarsi. Mi scrive ogni giorno lettere sublimi, di una poesia tutta spirituale, tutta essenza luminosa, tutta sfavilío d'anima. In verità, dal suo spirito prigioniero nella materia parte un tale raggio d'idealità che io mi vi sento vivificata e riscaldata. Gli rispondo ogni giorno, cerco mettere nelle mie labbra lo stesso palpito affettuoso, la stessa iridiscente vibrazione che egli imprime alle proprie parole. Noi ci amiamo perchè amiamo le stesse cose; i cieli sbiancati delle notti autunnali, le acque d'acciaio dei laghi che tremolano sotto il puro raggio della luna, i marmi bigi delle chiese, i pavimenti freddi e duri dove le ginocchia si martoriano. Noi ci amiamo nelle lagrime gelide che quietano i nervi e smorzano l'ardore delle guance, nei sorrisi lenti e placidi che si rivolgono a un punto indefinito, nei poeti celestiali come Chateaubriand, Lamartine, Manzoni, nel distacco tranquillo da ogni contatto terreno, nelle aspirazioni al più alto, al sempre più alto...
Tacque la voce, smorzata in un entusiasmo sommesso e soffocante. Nessuno le rispose. Solo, poco dopo, la seconda che teneva il capo abbassato sul petto, si sollevò e parlò, a scatti, a sussulti, con una voce variabile, ora troppo forte, ora stridente e nervosa.