--Te lo farò, Hans.
--Bello?
--Bello.
--Un giocattolo che avrò io solo, io solo?
--Tu solo.
--Uno di quei giocattoli belli belli che tu solo sai fare?
--Sicuro, uno di quei giocattoli belli che io solo so fare.
Ulrich per la prima volta sorrise d'orgoglio: ma fu anche una lagrima di orgoglio offeso quella che Lottchen celò andando in un'altra stanza. Il bimbo rideva e stringeva le mani, quasi che possedesse già il prezioso giocattolo.
Perchè, pochi lo sanno e nessuno ci pensa, ma è una piccola città di Germania quella che fa contenti tutti i bambini dell'Europa. Da Nuremberg, la città gotica, dall'architettura fantastica e bizzarra, dalle torricelle merlate e dalle case di legno, dalla piccola Nuremberg partono i tesori che destano il riso sulle labbra infantili: le bambole dal roseo viso di cera, dagli occhi azzurri senza pensiero, dai capelli biondi come la stoppa; i fantoccetti vestiti da zuavo, da Arlecchino, da Rigoletto; le armi miracolose, le trombettine di stagno dal suono stridulo; le scatole donde vengono fuori le casettine microscopiche che puzzano di vernice fresca, gli alberetti fatti con un bastoncello ed un fiocchetto di trucioli tinti di verde, i piccoli appartamenti, le piccole cucine, i piccoli animali, i piccoli soldati ed infine tutto il mondo minuscolo, la vita microscopica che prepara il bimbo alla vita vera. In Nuremberg, città della gioia e della tranquillità, dove gli innocenti operai delle fabbriche di giocattoli sorridono nella consolazione di una coscienza soddisfatta; in Nuremberg dovrebbero andare in gaio pellegrinaggio tutti i bambini, accompagnati dalle madri giovanette, processione fulgida e meravigliosa. Ma dovrebbero salutare con le grida d'allegria la casa di Ulrich, il grande ed ignoto artista, il grande ed umile inventore.