--Ulrich, tu non mi ascolti--ripetè Lottchen, con una certa tristezza nella voce.

Egli si volse, e sulle sue labbra spuntò un sorriso debole ed indeciso. Lo sguardo gli vagò incerto per la stanzetta, come se la mente lo mandasse in traccia di un pensiero smarrito.

--A che pensavi tu dunque, mentre io ti parlava?

--A nulla, Lottchen--disse finalmente lui, con la sua voce grave e sonora.

--Sempre così, sempre così, Ulrich. Tu mi ami molto meno delle tue sciocche fantasie.

Ulrich chinò il capo, e parve che attorno maggiormente gli si addensasse l'ombra. Mentre Lottchen continuava a tormentarlo ed a tormentarsi, ricominciando per la centesima volta le sue recriminazioni, egli non osò risponderle parola. La fanciulla si chinava verso di lui per vederne il volto, ma si ritraeva scontenta: sulla faccia di Ulrich non si vedeva alcuna impressione. Solo un lieve tremolío gli agitava le dita. Infine la bionda Lottchen si tacque, stringendosi nelle spalle, come se dicesse che tutto, tutto era inutile; ed i due fidanzati stettero per tanto tempo in quel silenzio penoso, pieno di pensieri dolorosi. Ad un tratto, mentre una fantesca posava un lume monumentale sopra la tavola, una voce infantile gridò di fuori:

--Zio Ulrich! zio Ulrich!

Ed un bambino entrò correndo nella stanza, cercando d'arrampicarsi sulle ginocchia del giovanotto. Quando ebbe conquistato quel posto, col tono lento e carezzevole dei bambini, gli domandò:

--Me lo fai un giocattolo, zio Ulrich?

Ulrich impallidì, arrossì e posò una mano sul capo del bimbo.