Trovavano naturale quello che facevano, naturale la propria indifferenza, l'impersonalità. Anzi, non pareva loro neppure arrischiata la posizione, tanta era la serenità del loro animo. Andavano innanzi come due fanciulli soddisfatti di un nuovo giuoco, trovato per caso. Federigo sapeva, poichè aveva vissuto; Lucia indovinava, perchè era donna. L'impensato la interessava.

--Signor Federigo, non vi pare che dovremmo fumare delle sigarette?

--Accendendole, scambieremo un'occhiata. Poi scambieremo proprio le sigarette.

--E guarderemo il fumo con aria triste.

Quando il cameriere venne a sparecchiare, essi fumavano. Un rumore di ruote s'intese sulla via. Lucia gittò un grido e si lasciò cadere quasi nelle braccia di Federigo, tremando.

--Dio mio, tu ti ucciderai con queste emozioni...--mormorò lui, sorreggendola, dandole coraggio.

--È un carro, signora--osò dire il cameriere.

--Va bene, andate--disse severamente Federigo.

O cordiali risate! Non le avrebbero ritrovate più. Si sentivano vivificati, rinfrescati in quel meriggio di luglio. Rimasero a discorrere di tante cose leggiadre, come nel parco, scherzando sulle maniere del mondo intiero. Fumavano, Ogni tanto il cameriere passava innanzi la porta socchiusa, senza volgersi. Essi sorridevano ancora e ripigliavano il discorso. Se ne partirono dopo un'oretta di conversazione. Si dettero il braccio scendendo le scale. Voltandosi, videro sulla porta il cameriere, il guattero, il cuoco, l'oste che li sbirciavano.

E se ne andarono leggieri, riposati e quieti fra la polvere alta.