All'albergo la signora Lucia dormì profondamente per tre ore. La sera non vide Federigo nello Stabia-Hall. La mattina seguente ricevette un dispaccio dal marito che la richiamava a Milano, per andare sui laghi. Cosa che le procurò una grande consolazione, poichè Castellammare cominciava ad essere noioso. Scrisse un bigliettino di congedo, ringraziandolo, a Federigo, e se ne partì affrettando l'ora del ritorno. Federigo lesse il biglietto mentre si radeva la barba, si strinse nelle spalle e andò al bagno.
Per tre anni non si videro mai, non seppero nulla l'uno dell'altro. Ma la prima sera in cui si rividero, il primo momento, in un palchetto della Pergola, a Firenze, senza parlare, senza toccarsi la mano, dinanzi a molta gente, scambiarono quello sguardo ardente che rimescola il sangue e per cui due vite s'uniscono. E fu una spaventosa tempesta la passione che li travolse.
Ritratto di donna.
A voi non piacciono i ritratti di donna. Dite che sono inutili, non mi avete mai voluto dire il colore dei capelli della vostra prima innamorata, nè descrivere la linea del naso della vostra penultima. Ma quando la persona di cui voglio farvi il ritratto passava in carrozza, voi vi fermavate sul marciapiede, guardandola, senza salutarla, con le palpebre battenti, le braccia prosciolte, lasciandovi urtare dai viandanti; quando la persona compariva in un palchetto di teatro, voi dalla platea, voltavate tranquillamente le spalle alla scena, per guardare lei, inconscio, dimentico di ogni altra cosa. Oggi io ho la voglia di tormentare la vostra amicizia, facendovi il ritratto di quella donna.
Una principessa: eppure nessuno di voi ha visto sulla sua testa la corona principesca. È una corona pesante, carica di gemme, di forma poco elegante, difficile ad adattarsi con grazia. La ragione segreta era nella testa un po' grossa della principessa. Non era punto un difetto e lei sollevava il capo con alterigia, ma desiderava nel fondo dell'anima una di quelle teste piccine e schiacciate da vipere. Così non portava mai nastri, mai piume, mai pettini, mai spilloni di brillanti nei capelli: ed i fiori, a grandi gruppi, li appuntava sotto l'orecchio, lasciando che strisciassero sulla nuca, che strisciassero sul collo, producendole un piccolo solletico che le faceva socchiudere gli occhi. Per lo più i fiori erano rossi; quelle rose violente, a bocciuoli stretti, quasi a vita condensata; quei papaveri rossi e leggieri; quelle fucsie della passione cascante, già morente. Rossi i fiori, poichè i capelli erano neri, di un nero senza lucido, appannato, di carbone: capelli arruffati che gonfiavano nelle treccie, che piovevano sulla fronte. Invano il principe chiedeva ogni due giorni alla principessa che dominasse, che regolasse un poco quell'arruffio di capelli sulla fronte. La principessa, che adorava il bellissimo e stupido principe, cercava di moderare la propria selvaggia capigliatura, ma non ci riusciva. Pure quel disordine era seducentissimo, mettendo contorni irregolari intorno a quella testa, e lasciando cadere ombre singolari su quel volto.
La principessa era bruna, molto bruna nella faccia, nel volto, nelle spalle, nelle braccia. Lo sapeva e non si scollacciava mai negli abiti azzurri, verdi o violetti. Portava gli abiti montanti in raso bianco-latte, o in raso giallino, ora col lungo ed alto colletto alla Medici, ora con certe immense cravatte di merletto che la immergevano in una nuvola di trine. Ma una sera, per far dispetto a certe amiche che avevano detto esserle impossibile l'abito scollacciato, venne al teatro con un abito scollato di raso rosso, quasi senza maniche, con un'audacia tranquilla ed irresistibile. L'abito era corruscante, il busto splendido. Nessuno osò dire nulla, poichè tutti sapevano che la principessa era profondamente virtuosa.
Nessuno si accorgeva che ella si tingeva lievemente gli occhi. Aveva gli occhi grigi, molto luminosi e grandi: ma quando ella si turbava, per uno strano effetto, gli occhi si facevano di un azzurro-carico, quasi cupo. Qualcuno, di sera, diceva che ella aveva gli occhi neri: cambiamenti pericolosi che moltiplicano la potenza di uno sguardo. Quella piccola tinta di bistro, segreto orientale, con cui accentuava questo sguardo era messa con sapienza artistica: sebbene la principessa nulla sapesse di arte e odiasse specialmente la scultura, la pittura e la poesia. Comprendeva solo la musica, senza dirlo. Aveva due sguardi: l'uno dritto, fermo, duro, come una domanda imperiosa; l'altro cadeva dall'alto, quasi filtrato attraverso l'anima, un po' errante, con uno smarrimento giovanile, senza calore, ma dolcissimo. La principessa aveva ventiquattro anni e dicevano che in casa passasse rapidamente dalla bontà più larga ad una indifferenza completa.