—Sì, sì, ti dispiace!

—Oh Anna, non ripetere ciò.

—Allora, se non ti dispiace, vediamoci anche domani.

—…sì—diceva lui, dopo un minuto di esitazione.

Quella esitazione avvelenava la mia gioia. Scorgevo in lui, adesso, quello che prima non vi era mai stato, cioè una titubanza continua, una inquietudine che non arrivava a reprimere.

—Di che temi?—gli chiedevo, guardandolo negli occhi.

—Di nulla, cara—mi rispondeva, guardando in su, per isfuggire alle mie indagini.

—E mi ami, mi ami?

—Ti adoro—mormorava lui, con la intonazione antica, così schietta, così sgorgante dall'imo cuore. Ma presto, la mia insofferenza divenne spasimante. Io non poteva stare un giorno senza vederlo; avevo annullato in me ogni repulsione, venuta dal contatto di mio marito con Giustino Morelli, e pretendevo che egli, l'adoratore tenero e soave, vincesse il proprio ribrezzo.

—Non posso—mi diceva lui, piano, con amore, per togliere a questo rifiuto ogni durezza.